Ma
se sul Cassonetto via Facebook la nostra accoppiata si sta rivelando
vincente, perché non provare anche qui sul blog a fare un post a
quattro mani? Ecco a voi, come primo esperimento, la gestione del
ritardo visto da lui e visto da lei, ovvero visto da Teto e visto
dalla Betta. Enjoy yourself!
Il primo giorno di scuola è una grande emozione e questo è pacifico. Certo. Quando si tratta del primo figlio.
Per
quelli che, come me, di figli ne hanno tre, invece, si tratta, come
direbbe il commissario Montalbano, di un grande scassamento di
cabasisi (e sarebbe carino, a questo punto avere delucidazioni da
Matusa55 sulla versione del termine in lingua veneta).
Si
comincia con l'ansia da performance del mattino: d'ora in poi
ogni giorno sarà una sfida per accorciare progressivamente il più
possibile il tempo compreso tra la sveglia e l'uscita in macchina.
Roba da essere già completamente stressati alle 8 e 10 del
mattino...
Quando
poi viaggi sul filo dei minuti e, come me, devi attraversare tutta
Biella, quello che a un milanese medio sembrerebbe un traffico
scorrevolissimo, a te invece appare come un ingorgo in tangenziale
nell'ora di punta ed è sufficiente un blocco momentaneo causato dal
camion della raccolta della spazzatura, per infondere nell'istinto
primordiale del genitore-autista istinti da killer seriale.
![]() |
| Primo giorno di scuola.... 12 settembre 2012 |
A volte capita la sciagura: arrivi in ritardo. La porta è chiusa e
devi suonare.
I
bambini, che ti hanno fatto perdere mezz'ora per mangiare a forza 30
grammi di cereali, sono innocenti per definizione.
Per
il bidello l'unica colpevole è la tua indolenza.
Viene
ad aprirti, dopo aver prolungato ingiustamente il tuo ritardo
evitando accuratamente di guardarti mentre ti sbracciavi dietro la
porta a vetri. Poi arriva, lentissimo, in ciabatte (ma perché i
bidelli lavorano in ciabatte? In casa loro stanno, per caso, con le
scarpe?) e ti fissa, sguardo torvo, con disprezzo.
Non
c'è nemmeno il labiale, ma tu senti distintamente: «Che razza di
padre inefficiente e degenerato sei, a che cavolo di ora ti sei
alzato, se non riesci nemmeno a portare in orario i tuoi figli a
scuola?».
Il
suo giudizio negativo è confermato dal secondo ritardo in due giorni
e qui, fiero giustiziere, si appropinqua con un solenne registro, nel
quale ti chiede di compilare la giustificazione comprensiva di
motivazione.
Oddio,
ora cosa scrivo?
La
trovo una cosa così idiota, giustificarmi per dieci minuti di
ritardo, eppure a chiedermelo è lo Stato...panico! Scrivo “motivi
di famiglia”? Il sistema cerca di mortificarmi e mi vessa con le
sue pastoie burocratiche?
Respiro.
Devo
reagire!
Fieramente
ed anarchicamente metto nella motivazione del ritardo la seguente
voce “disorganizzazione familiare”. Mi mandino
l'assistente sociale, se hanno il coraggio. Il bidello legge e scuote
la testa. La stessa cosa farà qualche mese dopo, leggendo la
motivazione “ritardo motivato da una serie di piccole concause”.
Quest'anno
ho un asso nella manica: la piccola Agata (sei mesi).
Se
dovrò compilare ancora una giustificazione, scriverò “rigurgito
della bambina sulla camicia appena stirata”.
Fuck the system!
Teto
![]() |
| Primo giorno di scuola... 16 settembre 1981 |
Quando
sento associare la parola “scuola” a “ritardo”, in un
nanosecondo a me viene in mente solo una cosa: una Fiat
128 bianca
lanciata a folle velocità che puntualmente, ogni santo giorno,
percorreva i dieci chilometri che separavano la casa della Betta's
family dalla scuola media (quella elementare non fa testo... dove
finiva il mio giardino iniziava quello della scuola quindi non c'era
alunno più puntuale di me) senza
nemmeno sfiorare il pedale del freno,
schivando all'ultimo camion della nettezza urbana che venivano
nell'altro senso di marcia e con una donna al volante, imperturbabile
(mother
Angel),
che in quei cinque minuti (ma potevano anche essere cinque secondi o
cinque ore... appena posavo le mie dorate chiappe su quel sedile,
perdevo all'istante la concezione spazio – temporale) ti
snocciolava una erudita predica sull'importanza della puntualità
(lei che era, è e sempre sarà una ritardataria cronica...
d'altronde da qualcuno dovrò pur aver preso).
Strada
di montagna, quindi tutta curve.
Roba
che se non eri allenata (ma per fortuna con gli anni sono diventata
una navigata navigatrice, stile Miki
Biasion – Tiziano Siviero)
non arrivavi al primo chilometro che, a scelta, o eri già schiattata
di infarto o avevi vomitato anche il panettone degustato cinque anni
prima.
Com'è,
come non è... dopo essere riuscita a dire tutte le preghiere di mia
conoscenza e aver (proditoriamente) promesso al mio angelo custode
che dal giorno successivo avrei puntato la sveglia un'ora prima,
arrivavo a scuola scendendo al volo dall'auto ancora in corsa.
E
se la campanella era già suonata, erano tutte fave mie.
Perché
mica serviva la giustificazione del genitore.
Esaurita
la scusa del “La mamma ha forato una ruota e non sapeva
cambiarla” o “La mamma non ha sentito la sveglia” (chissà cosa
avranno pensato i professori del mio ignaro capro espiatorio!), sono
passata al “Mi sono ustionata la lingua bevendo il tè bollente”,
“La transumanza delle mucche ha bloccato la strada”, “Il gatto
mi ha mangiato tutte le stringhe delle mie scarpe....mica potevo
venire in ciabatte”, “Siamo rimaste bloccate nell'ascensore”
(pur non avendo in casa né gatti né ascensori), “Ci si sono
fermati tutti gli orologi... strano fenomeno, eh?” (ero una egregia
pallista fin da ragazzina) fino ad arrivare al jolly “C'è
stata una tempesta di neve” (d'altronde ero quella che abitava su
per i monti, poteva starci come scusa... anche se va detto che in
primavera zoppicava un po').
La
pantomima, comunque, finiva a tarallucci e vino, dopo una
pseudo burbera reprimenda del prof. della prima ora (e,a dirla tutta,
penso che quando ho smesso di collezionare ritardi, un po' il corpo
docenti si sia dispiaciuto se un bel giorno mother Angel si è
sentita dire dalla professoressa di italiano: «Guardi Signora, sua
figlia da grande farà la scrittrice. O la comica. E lo
si evince chiaramente non solo dallo stile dei suoi temi ma
soprattutto da quell'aria innata di buffa teatralità con cui entra
in classe al mattino»).
Buffa
e teatrale a dodici anni... è già tutto un programma!
Sì...
perché, a voler raccontare le cose come stavano, se proprio mi
andava male il colpo, sapevo all'occorrenza puntare su un tono
accorato e uno sguardo lacrimoso che di sicuro mi aiutava ad ottenere
l'effetto desiderato (anzi, ancora un po' ed era il prof. a scusarsi
per avermi redarguito per il ritardo). Insomma Mario Merola
travestito da Calimero piccolo e nero.
Povera
mother Angel! Credo che ogni volta che riusciva a depositarmi a
scuola sana e salva, poi dovesse impiegare un quarto d'ora
buono per tornare presente a se stessa, dopo quelle scapicollate
mattutine da ritiro della patente!
E
già lo so: dato che – come dico sempre io – la
pera non cade mai lontano dall'albero,
sono sicura che io farò la stessa cosa coi miei, di figli.
La
Betta
PiEsse
=...morale della favola, gente, rivolgetevi pure a me per le
giustificazioni ai vostri pargoli (il servizio non
è a pagamento).

