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lunedì 17 settembre 2012

SONO LE SETTE E TU DEVI ANDARE A SCUOLA

Ma se sul Cassonetto via Facebook la nostra accoppiata si sta rivelando vincente, perché non provare anche qui sul blog a fare un post a quattro mani? Ecco a voi, come primo esperimento, la gestione del ritardo visto da lui e visto da lei, ovvero visto da Teto e visto dalla Betta. Enjoy yourself!

Il primo giorno di scuola è una grande emozione e questo è pacifico. Certo. Quando si tratta del primo figlio.
Per quelli che, come me, di figli ne hanno tre, invece, si tratta, come direbbe il commissario Montalbano, di un grande scassamento di cabasisi (e sarebbe carino, a questo punto avere delucidazioni da Matusa55 sulla versione del termine in lingua veneta).
Si comincia con l'ansia da performance del mattino: d'ora in poi ogni giorno sarà una sfida per accorciare progressivamente il più possibile il tempo compreso tra la sveglia e l'uscita in macchina. Roba da essere già completamente stressati alle 8 e 10 del mattino...
Quando poi viaggi sul filo dei minuti e, come me, devi attraversare tutta Biella, quello che a un milanese medio sembrerebbe un traffico scorrevolissimo, a te invece appare come un ingorgo in tangenziale nell'ora di punta ed è sufficiente un blocco momentaneo causato dal camion della raccolta della spazzatura, per infondere nell'istinto primordiale del genitore-autista istinti da killer seriale.

Primo giorno di scuola.... 12 settembre 2012
A volte capita la sciagura: arrivi in ritardo. La porta è chiusa e devi suonare.
I bambini, che ti hanno fatto perdere mezz'ora per mangiare a forza 30 grammi di cereali, sono innocenti per definizione.
Per il bidello l'unica colpevole è la tua indolenza.
Viene ad aprirti, dopo aver prolungato ingiustamente il tuo ritardo evitando accuratamente di guardarti mentre ti sbracciavi dietro la porta a vetri. Poi arriva, lentissimo, in ciabatte (ma perché i bidelli lavorano in ciabatte? In casa loro stanno, per caso, con le scarpe?) e ti fissa, sguardo torvo, con disprezzo.
Non c'è nemmeno il labiale, ma tu senti distintamente: «Che razza di padre inefficiente e degenerato sei, a che cavolo di ora ti sei alzato, se non riesci nemmeno a portare in orario i tuoi figli a scuola?».
Il suo giudizio negativo è confermato dal secondo ritardo in due giorni e qui, fiero giustiziere, si appropinqua con un solenne registro, nel quale ti chiede di compilare la giustificazione comprensiva di motivazione.
Oddio, ora cosa scrivo?
La trovo una cosa così idiota, giustificarmi per dieci minuti di ritardo, eppure a chiedermelo è lo Stato...panico! Scrivo “motivi di famiglia”? Il sistema cerca di mortificarmi e mi vessa con le sue pastoie burocratiche?
Respiro.
Devo reagire!
Fieramente ed anarchicamente metto nella motivazione del ritardo la seguente voce “disorganizzazione familiare”. Mi mandino l'assistente sociale, se hanno il coraggio. Il bidello legge e scuote la testa. La stessa cosa farà qualche mese dopo, leggendo la motivazione “ritardo motivato da una serie di piccole concause”.
Quest'anno ho un asso nella manica: la piccola Agata (sei mesi).
Se dovrò compilare ancora una giustificazione, scriverò “rigurgito della bambina sulla camicia appena stirata”.
Fuck the system!
Teto


Primo giorno di scuola... 16 settembre 1981
Quando sento associare la parola “scuola” a “ritardo”, in un nanosecondo a me viene in mente solo una cosa: una Fiat 128 bianca lanciata a folle velocità che puntualmente, ogni santo giorno, percorreva i dieci chilometri che separavano la casa della Betta's family dalla scuola media (quella elementare non fa testo... dove finiva il mio giardino iniziava quello della scuola quindi non c'era alunno più puntuale di me) senza nemmeno sfiorare il pedale del freno, schivando all'ultimo camion della nettezza urbana che venivano nell'altro senso di marcia e con una donna al volante, imperturbabile (mother Angel), che in quei cinque minuti (ma potevano anche essere cinque secondi o cinque ore... appena posavo le mie dorate chiappe su quel sedile, perdevo all'istante la concezione spazio – temporale) ti snocciolava una erudita predica sull'importanza della puntualità (lei che era, è e sempre sarà una ritardataria cronica... d'altronde da qualcuno dovrò pur aver preso).
Strada di montagna, quindi tutta curve.
Roba che se non eri allenata (ma per fortuna con gli anni sono diventata una navigata navigatrice, stile Miki Biasion – Tiziano Siviero) non arrivavi al primo chilometro che, a scelta, o eri già schiattata di infarto o avevi vomitato anche il panettone degustato cinque anni prima.
Com'è, come non è... dopo essere riuscita a dire tutte le preghiere di mia conoscenza e aver (proditoriamente) promesso al mio angelo custode che dal giorno successivo avrei puntato la sveglia un'ora prima, arrivavo a scuola scendendo al volo dall'auto ancora in corsa.
E se la campanella era già suonata, erano tutte fave mie.
Perché mica serviva la giustificazione del genitore.
Esaurita la scusa del “La mamma ha forato una ruota e non sapeva cambiarla” o “La mamma non ha sentito la sveglia” (chissà cosa avranno pensato i professori del mio ignaro capro espiatorio!), sono passata al “Mi sono ustionata la lingua bevendo il tè bollente”, “La transumanza delle mucche ha bloccato la strada”, “Il gatto mi ha mangiato tutte le stringhe delle mie scarpe....mica potevo venire in ciabatte”, “Siamo rimaste bloccate nell'ascensore” (pur non avendo in casa né gatti né ascensori), “Ci si sono fermati tutti gli orologi... strano fenomeno, eh?” (ero una egregia pallista fin da ragazzina) fino ad arrivare al jolly “C'è stata una tempesta di neve” (d'altronde ero quella che abitava su per i monti, poteva starci come scusa... anche se va detto che in primavera zoppicava un po').
La pantomima, comunque, finiva a tarallucci e vino, dopo una pseudo burbera reprimenda del prof. della prima ora (e,a dirla tutta, penso che quando ho smesso di collezionare ritardi, un po' il corpo docenti si sia dispiaciuto se un bel giorno mother Angel si è sentita dire dalla professoressa di italiano: «Guardi Signora, sua figlia da grande farà la scrittrice. O la comica. E lo si evince chiaramente non solo dallo stile dei suoi temi ma soprattutto da quell'aria innata di buffa teatralità con cui entra in classe al mattino»).
Buffa e teatrale a dodici anni... è già tutto un programma!
Sì... perché, a voler raccontare le cose come stavano, se proprio mi andava male il colpo, sapevo all'occorrenza puntare su un tono accorato e uno sguardo lacrimoso che di sicuro mi aiutava ad ottenere l'effetto desiderato (anzi, ancora un po' ed era il prof. a scusarsi per avermi redarguito per il ritardo). Insomma Mario Merola travestito da Calimero piccolo e nero.
Povera mother Angel! Credo che ogni volta che riusciva a depositarmi a scuola sana e salva, poi dovesse impiegare un quarto d'ora buono per tornare presente a se stessa, dopo quelle scapicollate mattutine da ritiro della patente!
E già lo so: dato che – come dico sempre io – la pera non cade mai lontano dall'albero, sono sicura che io farò la stessa cosa coi miei, di figli.
La Betta

PiEsse =...morale della favola, gente, rivolgetevi pure a me per le giustificazioni ai vostri pargoli (il servizio non è a pagamento).