lunedì 1 settembre 2014

SULLA BELLEZZA


Non che ignorare la genesi del post sia una cosa che vi tolga il sonno, ma l'episodio cui ho assistito stamattina è divertente e di già che ci sono vi racconto come è nata questa divagazione.
Ai giardinetti. Cielo terso, neanche una nuvola (notazione non da poco dato che sono tipo due mesi che non c'è una giornata del genere).
Una mamma cerca di convincere il figlioletto a giocare al sole, mitragliandolo a raffica con motivazioni di discutibile efficacia persuasiva.
«Tommy, non stare sotto l'albero... vieni qui (e intanto ravana nella borsa alla ricerca di un flaconcino di crema solare)»
In risposta: un grugnito di disappunto.
«Tommy, spostati al sole ti ho detto.... non lo sai che fa venire il buon umore?»
Risposta: come sopra.
«Dai Tommy: il sole ti rafforza le ossa e ti fa crescere grande grande... muoviti»
Tommy simula un avvicinamento ma poi si accomoda ancora più lontano dal cono di luce che investe la figura materna e con un plateale segno di noncuranza le volta le spalle.
Tentando il tutto per tutto, la mamma se ne esce con un accorato: «Eddai Tommy, il sole bacia i belli!»
«Ma cosa dici, mamma? – replica il nanetto con tono risentito – Il sole bacia i brutti perché i belli li bacian tutti»
Questo il pensiero estetico di Tommy, quattro anni malcontati.
Nell'assistere a questa scenetta mi è venuto in mente un articolo che ho letto di recente sulla figlia degli attori Bruce Willis e Demi Moore, Tallulah.
La ragazza, vent'anni, ha sofferto di una patologia chiamata dismorfofobia cioè è cresciuta vedendosi un mostro, sindrome che ai giorni nostri colpisce una percentuale in sensibile aumento di adolescenti.
Un'ora dopo al supermercato mi supera con malcelato scazzo (presumo a causa del parcheggio in doppia fila del mio carrello) una tipa sui trent'anni, diversamente alta, sopracciglia alla Peo Pericoli, sulla fronte uno showroom di brufoli, che con un caschetto rosso arancio stile Vanna Marchi in testa e in una mise da velina (ma della velina aveva giusto gli shorts e il top dacché Madre Natura non l'aveva dotata di un fisico ineccepibile, laddove per “fisico stile velina” una intenda gambe toniche, zero cellulite, caviglie strette, ventre piatto, tette q.b., culetto scultoreo e via dicendo), distribuiva a destra e a manca sorrisetti ammiccanti con una strafottenza caritatevole. Immaginate una via di mezzo tra papa Francesco che saluta i fedeli con un cenno della mano e un vincitore a caso del Grande Fratello quando esce dalla casa.
Ecco, immaginate questa via di mezzo nella versione trash.
Una esegesi dei due episodi mi ha tenuta occupata per tutto il viaggio di ritorno a casa.

Quindi, ricapitolando si può dire che al di sotto delle due macro distinzioni fra gli oggettivamente BELLI e gli oggettivamente BRUTTI esistono:
quelli che si sentono di una bruttezza pirotecnica ma che in realtà rasentano la perfezione
quelli che si credono dei fighi imperiali ma che invece sono dei cessi che non si possono guardare
i belli ma brutti, cioè quelli che – aspetto estetico a parte – non hanno altro da offrire in quanto dotati di un cervello di pongo contro il quale i concetti rimbalzano allegramente (carenza che a ben guardare li fa sembrare meno belli)
i brutti ma belli, ovvero quelli che compensano deficienze estetiche con massicce dosi di fascino e carisma (qualità che a ben guardare li fa sembrare meno brutti)
Ora, grazie a questa grossolana classificazione antropologica i miei sconosciuti vicini di ombrellone sapranno uscire dall'impasse nella quale sono rimasti impaludati per ore (segue riassunto della disquisizione)

 Lei (sfogliando una rivista stile “Novella 2000”): Hai visto quella siliconata della Silvstedt con chi sta? (e gli porge il giornale)
Il marito: Ma è er fidanzato o ha vestito er cane?
Lei: Ma stai guardando la foto che ti ho fatto vedere?
Lui: Eccerto... Anvedi che nano!
Lei: L'altezza mica conta. Prendi Albano e Romina... sono stati insieme una vita!
Lui: A coso qui se so' scordati de copiarlo 'n bella!
Lei: Ha parlato Alain Delon...
Lui: Nun so' Delon ma questo è tarmente brutto che lo devi guarda' co'r decoder!
Lei: Come sei superficiale!
Lui: Ah Simo', maddai... nun se po' guarda'! Se lo vede Gigghe Robot je tira appresso i componenti!
Lei: Avrà altre doti...
Lui: Po' esse
Lei: ???
Lui: Che sia ben dotato in basso!
Lei: Pensate sempre a quello, voi uomini! Volevo dire che avrà qualcosa che non si vede al primo impatto...
Lui: Li sordi!
Lei: Come sei materiale! L'amore è cieco.
Lui: La biondona de securo...
Ora d'inizio della querelle: ore 16.00
Due ore dopo stavano ancora elencando disparate e bizzarre opzioni (im)possibili.
E dire che per una settimana il loro scambio di opinioni non andava più in là del «'Namo? Stamo?».
Sfrucugliare tra i fatti sentimentali altrui è proprio legna per il fuoco della conversazione. D'altronde già Mario Soldati ne aveva colto l'aspetto misericordioso: “C'è il pettegolezzo, di cui si dice tanto male ma che in fondo è la base della carità, dell'interesse per il prossimo”.

lunedì 21 luglio 2014

LA PORTA NON SI VALIGIA


Premessa: io sono una cultrice della valigia.
Cioè io sto a tutte quelle articolate (e – per il 99% del genere umano – pallose) operazioni pre partenza come le carote ai conigli o la bottarga agli spaghetti. E mi diverto pure.


Va da sé che appena mi è giunta notizia che il sito francese Minutebuzz consigliava una serie di soluzioni salva-spazio, abbia subito letto curiosa la lista delle astuzie da seguire per preparare la valigia perfetta e per giunta in poco tempo.
Consiglio numero 1: per evitare di stare a sbrogliare matasse di cavi, avvolgerli intorno a una pinza (tipo quelle che si trovano nel reparto cancelleria, per tenere insieme i fogli).
OK

Consiglio numero 2: per non perdere forcine o spille da balia usare il contenitore dei Tic Tac.
Ma chi usa ancora quelle tristissime, anonime forcine per i capelli?
Inoltre: e se non mangio i Tic Tac?

Consiglio numero 3: dove mettere i cosmetici? Prendere delle cannucce, riempirle con ombretti e fard e richiuderle con il nastro adesivo.
Usare un beauty case sembra una brutta idea?
Ma non si era detto che queste dritte garantivano di preparare tutto velocemente?
Il meglio però deve ancora venire, come direbbe il Liga.

Consiglio numero 4: per risparmiare spazio, infilare nei colletti delle camicie una cintura attorcigliata e i calzini all'interno delle scarpe mentre per quanto riguarda i vestiti, gli amici d'Oltralpe consigliano – udite, udite! – di arrotolarli.

ARROTOLARLI????

Come non pensarci prima!
Anni e anni spesi a studiare gli incastri ottimali per evitare che i capi escano dalla valigia come se fossero già stati indossati per una settimana e poi leggi degli pseudo consigli che ti suggeriscono addirittura di farli su alla “ugly Eve”?
Comunque sia, fatela come volete, partite con dieci giorni di anticipo come faccio io oppure preparatela la sera prima, l'importante è che la valigia sia sinonimo di vacanza, breve, lunga, lontano, vicino... perché c'è proprio bisogno di staccare la spina.
La gente arriva a luglio che non ce la fa più.
Svalvola.
È capace di fissare per ore, con pupille dilatate e occhi a molla un salvaschermo raffigurante un'immagine felice in riva al mare dell'estate precedente.
Si sente inchiodata nelle sabbie mobili del girone dei depressi se non lascia la città e se ne sta per qualche giorno in un altro contesto.
Dà evidenti segni di smottamento psico-cerebrale.
Addirittura blatera, farnetica, sproloquia.
E, se mai ne avessi avuto bisogno, ne ho avuto un'eloquente conferma poco fa.
Suona il telefono.
«Ti disturbo?»
«Se non ti spiace ti richiamo dopo... sto finendo di scrivere un post»
«Ma dai? Su cosa 'sto giro?»
«Sull'arte di fare i bagagli»
«Eh???»
«Su come essere super efficienti nel preparare borsoni, trolley, valigie»
«Ah... le valigie... Lo sai che differenza passa tra una valigia ed una porta?», mi domanda il mio interlocutore che – postilla indispensabile per capire la portata dell'aneddoto – ha molte doti, ma di certo non spicca per vis comica.
«....»
«Che la valigia si porta, ma che la porta non si valigia!»
BUONE VACANZE!


venerdì 27 giugno 2014

MUUUH!!!


Guardate che la mente umana è ben strana!
Presumo che lei mi stia chiedendo di che taglia e/o colore mi servano i leggings che sto cercando, eppure io riesco solo a osservare quel particolare. Quel fastidioso, sgradevole particolare.
La commessa, una donna sulla cinquantina dalla faccia slavata e con una voce stridula alla Vanna Marchi, ha la rara capacità di articolare suoni di senso compiuto senza smettere di masticare, rumorosamente e con la bocca ben spalancata, un povero, innocuo cicles.
Incurante degli sguardi omicidi che le saetto, lei rumina, rumina, rumina e di tanto in tanto ha pure l'ardire di far scoppiare delle microbolle (roba che io nemmeno a otto anni... altrimenti mother Angel, a forza di schiaffoni, mi faceva girare la testa stile Minipimer funzione turbo, perché «Non è educazione, Elisabetta!») che, se possibile, producono un suono ancor più fastidioso della sua ritmica masticazione.
Il pensiero, certe volte, è proprio come un bambino piccolo che si aggira in cucina nelle vicinanze del secondo cassetto dall'alto (luogo dove, nove su dieci, le famiglie tengono le posate). Più gli ripeti «Gioia, non aprirlo... è pericoloso, ci sono i coltelli, ti puoi far male» e più lui, gira e rigira, sempre lì ritorna, ti guarda incurante dell'ammonimento e lo apre.
Ecco: stessa cosa con la commessa.

Più mi sforzavo di concentrarmi sull'acquisto, più riuscivo a vedere davanti a me solo la mucca del cioccolato Milka intenta a sbocconcellare fieno.
Nella speranza di riuscire a distogliere l'attenzione dalla causa di tanta seccatura, mi chiedo: E io? Chissà se pure io ho tic, più o meno involontari, tritanervi per il prossimo come l'ipercinetica mandibola della signora?
Al che mi torna in mente la classifica, stilata dal sito Dailybest, delle 32 cose che facciamo in continuazione senza mai accorgercene.
Tipo?
Tornare immediatamente indietro per rileggere una email pochi secondi dopo averla spedita (ed immancabilmente notare qualche errore grossolano e/o di aver dimenticato di scrivere qualcosa).
Mentre si legge un libro o il quotidiano, iniziare a pensare ai fatti propri ma rendersi conto solo tre pagine dopo di aver perso il filo.
Iniziare a camminare, nel corso di una lunga telefonata, avanti e indietro.
Far partire la musica in riproduzione casuale, per poi saltare ogni canzone fino a quando non si trova proprio quella che, in fondo in fondo, si voleva ascoltare sin dall'inizio.
Sorridere al cane che si incontra per strada, ignorando completamente il suo padrone (se però a tenerlo al guinzaglio c'è Tom Ford – lo so... lo so che è gay... per me rimane comunque fighissimo a prescindere dai suoi gusti sessuali – il mio occhio è legittimato a salire).


Dal sito justdog.it

Quando si è da mezz'ora in un negozio e si realizza che non c'è niente di interessante da acquistare, si inizia a diventare paranoici e ci si convince che la security ci tenga d'occhio credendoci degli abili taccheggiatori stile Winona Ryder.
Innervosirsi quando il parrucchiere cerca a tutti i costi di intavolare una conversazione con noi (a meno che non sia un degno epigono di Zohan).


Adam Sandler nelle vesti del parrucchiere Zohan / Scrappy Coco

Dimenticarsi immediatamente il nome della persona che si è appena presentata.
Impostare l'orario della sveglia prima di quanto necessario, in modo da poterla ritardare almeno due o tre volte (svegliando il coniuge che ti dorme al fianco... vero Rose?).
Durante uno spostamento in auto iniziare a considerare le altre macchine come compagni di viaggio e venire assaliti da un senso di tristezza quando si deve pagare il pedaggio e uscire dall'autostrada.
Celo, celo, celo.... A rientrare nella lista dei “manca” solo gli ultimi tre punti.
Ora, con tutta la buona volontà: vogliamo mettere una delle voci dell'elenco di cui sopra a confronto col disturbo compulsivo della commessa?
Senza calcolare poi che il rischio di trasformarsi in Ruttolomeo del film “Balle Spaziali” è dietro l'angolo...


Quindi, tirando le fila del discorso, in un afflato di generosità, mi rivolgo direttamente a te “MucCommessa”: se non riesci a masticare con la bocca chiusa per ottemperare alle norme della buona educazione di monsignor Della Casa, buonanima, e se non lo vuoi fare per la mia sanità mentale circoscritta ai dieci minuti di permanenza nel tuo negozio, fallo almeno per le inappuntabili ragioni che spiega la dottoressa Graziani, ricercatrice all'Istituto di scienze dell'alimentazione del Consiglio nazionale delle ricerche ad Avellino: «Quando si mastica o si parla con la bocca aperta si ingerisce aria, con inevitabili effetti poco decorosi come eruttazioni e singhiozzi».
Hai capito, cara la mia Barney  Gumble  del commercio locale?

giovedì 29 maggio 2014

PROVE D'AMORE. PROVE IN AMORE



C'è una canzone degli U2 che dice
«When I was all messed up,
[...] your love was a light bulb,
hanging over my bed».
Questo post è per te, Rose,
che da nove anni illumini la mia strada.
Grazie
per aver reso la mia vita migliore!


L'altro giorno dal parrucchiere, sfogliando distrattamente un giornale altamente culturale (!), mi sono imbattuta in un articolo nel quale – prendendo spunto da una dichiarazione di Cristiana Capotondi – si dissertava di prove d'amore.
L'attrice trentatreenne raccontava di aver rinunciato per un anno al sesso su richiesta del fidanzato Andrea Pezzi, precisando che proprio grazie alla forzata castità ha imparato a vivere meglio il rapporto di coppia.
Nei restanti 35 capoversi dell'articolo sessuologi, psicologi, sociologi e svariati altri “-ologi” competenti (o pseudo tali) in materia si sono scervellati nel tentativo di dare una spiegazione al fenomeno, che a quanto pare è in crescita, arrivando a questa conclusione: secondo gli ultimi dati Istat, in Italia ci sono circa 86.000 matrimoni l'anno, numero in sensibile calo a differenza di quanto capita per i divorzi, che crescono esponenzialmente, arrivando a superare quota 55.000. E nella stragrande maggioranza dei casi, qual'è il motivo della rottura? L'impossibilità di accontentare le aspettative del partner. L'incapacità di chiamarsi fuori in tempo utile da una dinamica malata, fatta di obblighi e ricatti, che ha il suo punto di partenza proprio nella “prova d'amore estrema”.
Tralasciando il fatto che già solo l'imposizione di qualcosa o la richiesta di una “prova” mi sembra alquanto antitetico con il concetto di “amore” (e non c'è bisogno di essere Freud per arrivarci) e che se proprio vogliamo utilizzare i due termini insieme bisogna saperli inserire in frasi di sublime poeticità come lo sono i versi di Vivian Lamarque – “Con un filo d'oro la vorrei legare a me. Poi, come prova d'amore, la vorrei per sempre liberare” – ciò che mi lascia alquanto stranita è il tono allarmistico usato da un team di ricercatori della Clemson University secondo cui il partner (nove su dieci di sesso femminile), fatto su come una magnolia alla richiesta “Se mi ami, fallo” (astenersi perditempo che ironizzino sull'imperativo testé usato!), entra in una spirale di manipolazione e sudditanza.
Nenooo nenooo nenooo (suono onomatopeico di sirene)!!!
Porca misera – mi son detta – qui la cosa si fa seria!

 
Al che ne ho voluto sapere qualcosa in più di questo sedicente pestilenziale flagello delle relazioni amorose nel ventunesimo secolo.
Così, snapando qua e là, ho scoperto che la Capotondi è in buona compagnia.
Anzi, a ben vedere c'è pure chi sta messa peggio.
Eva Clesis, ad esempio, fino a qualche tempo fa se le girava di mettersi una collana o un orecchino, doveva portare solo i gioielli appartenuti alla moglie defunta del suo compagno, Nancy Fetherstone e il marito Donald da più di trent'anni indossano gli stessi vestiti («In un'epoca di completa assenza di valori e in cui impera l'individualismo, come questa che stiamo vivendo – sostengono gli interessati – sfoggiare tutti i santi giorni magliette e calzoni dello stesso colore è un modo per mostrare a tutti il nostro amore»... ah be', contenti loro!) mentre Martina Emisfero per un ex ha rivoluzionato la sua dieta diventando vegana e Carlotta Chiari si immerge tra i pescecani per amore di Filippo, appassionato subacqueo.
«Tütt cine!» avrebbe icasticamente commentato la mia saggia nonna Wanda.
Posto che ognuno è libero di pensarla e comportarsi come meglio crede, a me – che sono cresciuta circondata da esempi di rapporti coniugali molto sobri, pragmatici ed estremamente solidi – leggere di questi eccessi, viene davvero da ridere.
Mi sembrano solo delle gran cazzabubbolate.
Già... perché se proprio vogliamo usare i termini “prova” e “amore” nella stessa frase, è molto più corretto parlare di “prove IN amore” piuttosto che “DI amore” e qui la faccenda è un bel po' diversa. Perché in una storia vera si è chiamati quotidianamente a superarne dando ogni santo giorno dei piccoli, grandi saggi del sentimento che diciamo di provare, ora sopportando le lune o un momento di malumore del partner, ora supportandone le debolezze, ora tollerando un suo difetto, ora morsicandosi la lingua per evitare di mandarlo/la a cagare... e potrei andare avanti per venti post a elencare una dettagliata casistica.
Magari sono esempi meno estremi, meno pericolosi, meno plateali ma dal mio punto di vista più faticosi e significativi (che poi, a ben vedere, quelle stesse cose – che fatte per chiunque altro costerebbero sforzi immensi – fatte per Lui / Lei non dico che sembrano una passeggiata ma comunque non pesano come macigni!).
Morale della favola, vestitevi e mangiate come vi pare, praticate o meno l'astinenza da ciò che volete, fatevi tatuare il nome dell'amato come Melissa Satta per il suo Kevin Prince o regalategli un'isola a forma di cuore come Angelina a Brad oppure – sempre per restare in tema di scelte misurate – affittate l'intera Disneyland solo per portarlo a un party privato nel castello della Bella Addormentata su una zucca trainata da cavalli banchi come Mariah Carey e Nick Cannon, insomma chiedete o date le prove d'amore che vi pare se questo vi fa vivere con più serenità un rapporto ma ogni tanto fermatevi a ripercorrere mentalmente la vostra relazione e se dopo cinque, venti, cinquanta o-quanti-sono anni sareste disposti senza remore a ricominciare tutto daccapo, nella buona e nella cattiva sorte, è questa la garanzia che andavate cercando!

sabato 5 aprile 2014

ANORESSIE SENTIMENTALI, ANDROFOBIE E CONSAPEVOLI DISTACCHI


Gli strani casi che ti riserva la vita: proprio mentre alla radio stanno dando la notizia che Gwyneth Paltrow e Chris Martin, dopo undici anni di matrimonio, hanno optato, “con il cuore pieno di tristezza”, per un “consapevole distacco” (in altre parole, di separarsi), al tavolino del bar dove ci stiamo bevendo un caffè, la mia amica Veronica, con due fontane negli occhi e le mani piene di kleenex, mi comunica che Andrea se ne è andato di casa.
«Ci lasciamo ma con amore» hanno precisato la star premio Oscar e il leader dei Coldplay, così come, prima di loro, avevano fatto anche Monica Bellucci e Vincent Cassel.
«È stato davvero difficile preparargli le valigie e vederlo lasciare le chiavi sul tavolo... siamo ancora innamorati ma anche consapevoli che insieme non saremmo felici» continua a ripetermi la mia amica.
E chi se ne frega? Chiederete voi.
Frega, frega.
Non i fatti personali di coppie più o meno famose ma il motivo che pare stare dietro alla rottura di matrimoni che sembravano collaudati. Prendete Susan Sarandon e Tim Robbins, che si sono lasciati dopo 23 anni di vita insieme, o Clint Eastwood e la seconda moglie Dina, dopo 17. Possibile che dopo tutto quel tempo insieme un rapporto possa vacillare come un dente da latte?
 
Ok, quello perfetto non esiste.
Si sa: per far funzionare una relazione bisogna farsi un paiolo tanto. È opportuno smussare qualche spigolo e imparare ora a sdrammatizzare, ora a tacere; vanno continuamente trovati equilibri e compromessi; bisogna dosare con cura miele e peperoncino e trovare un giusto bilanciamento tra “io”, “tu” e “noi”.
A parole, sembra facile ma nella vita di tutti i giorni mica è sempre tutto “sole, cuore e amore” come vorrebbe Valeria Rossi.
Un team di psicoterapeuti ed analisti si è messo a studiare questa ecatombe nelle relazioni di lunga durata arrivando a una conclusione davvero bizzarra: quando le farfalle smettono di fare le capriole nello stomaco e si scende dal lunapark degli ormoni, quando le emozioni e l'andamento da Brucomela che assume nel corso degli anni una storia iniziano a puzzare un po' di stantio ed a causare qualche sbadiglio, uomini e donne – ciascuno a modo loro – diventano insofferenti.
E cioè: la donna del ventunesimo secolo soffre di “androfobia”, una patologia che la porta a cogliere dell'uomo solo i suoi difetti, le sue disattenzioni e i suoi egoismi. L'uomo, dal canto suo, è affetto da “anoressia sentimentale” (o, se preferite usare il curioso neologismo coniato apposta per descrivere questo disturbo, da “amoressia”), cioè sviluppa la tendenza, che diviene col tempo abitudine, a non lasciarsi andare per evitare di soffrire.
«Non sono gli uomini ad essere inadeguati. Sono le donne a nutrire aspettative distorte e a mostrarsi ipercritiche nei loro confronti», sostengono gli psicologi americani Connell Cowan e Melvyn Kinder.
«Quando si inizia a percepire una sorta di distacco emotivo nel partner è perché ha iniziato a vedere nell'oggetto amato solo colpe e fonte di preoccupazioni. Parlarne non serve. Meglio riversare il proprio affetto sugli amici o sugli animali domestici» suggeriscono alcuni colleghi italiani.

 
Bah! A me tutte queste elucubrazioni lasciano alquanto perplessa.
Vi dirò: io non sono una psicologa e ne capirò poco di dinamiche interpersonali ma secondo me, se due si lasciano – dopo uno, dieci o cinquant'anni – è perché lui non è LUI e lei non è LEI e tutto sommato è giusto che entrambi continuino il proprio cammino andandone in cerca.
... perché mica solo a quella “gran culo di Cenerentola”, per dirla alla Vivian Ward (aka Julia Roberts, “Pretty Woman”), è andata bene in amore!

venerdì 7 marzo 2014

LUPARE, GUANCE, FIUMI E BARILI DI MERDA


Ho sempre pensato che gli anni, le esperienze accumulate lungo il percorso, gli schiaffoni e i regali che la vita ti riserva contribuissero a rendere un uomo migliore, a fargli smussare gli angoli e lavorare sui suoi difetti permettendogli così di raggiungere, con una buona approssimazione, un invidiabile equilibrio d'intelletto e di spirito.
Cazzate!
Niente di più falso.
La mia idea attuale (fatte salve le consuete eccezioni che valgono in qualunque ragionamento, anche in questo) è riassumibile nel seguente assioma: se uno nasce stronzo, stronzo muore.
D'altronde anche James Russell Lowell sosteneva che “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”...
E se oggi la penso così, devo dire un sincero “grazie” ad alcuni personaggi – di cui il buon Dio ha in questi ultimi mesi deciso di disseminare il mio percorso lavorativo e privato – che l'anagrafe vorrebbe maturi, assennati, saggi dispensatori di illuminati consigli ma che invece la collaborazione assidua e diretta ha inequivocabilmente rivelato come grette comari, gonfie di livore e gelosie. O meglio: insulsi parassiti che godono solo delle disgrazie altrui non essendo riusciti nella loro vita a raggiungere alcun successo degno di nota.
Che se poi si trattasse “solo” di curiosare a debita distanza tra i fatti miei, transeat!
Ma no. Queste persone, non paghe di starsene appollaiate come avvoltoi sul davanzale di casa tua, ciarlano pure a sproposito inventandosi l'impossibile e sfornando illazioni esilaranti. D'altronde persone così sono sempre esistite. Anche il buon Manzoni due secoli fa osservava: «Con tutti questi brani di notizie, messi poi insieme e uniti come s'usa, e con la frangia che ci s'attacca naturalmente nel cucire, c'era da fare una storia d'una certezza e d'una chiarezza tale, da esserne pago ogni intelletto più critico».


Il fatto curioso è che questa propensione allo sputtanamento coinvolge un po' tutti, dagli insospettabili a quelli che c'avresti giurato avessero il gene del pettegolezzo insito nel DNA: dall'esponente di spicco del culturame locale che si crede Dio sceso in terra alla segretaria del politico passando per la parrucchiera.
«Tutti Zoilo!», esclamerebbe Goethe, che con questo paragone era solito apostrofare i suoi detrattori. E la storia del povero Zoilo, retore di Anfipoli, mica si è conclusa col lieto fine: passato alla storia come il critico invidioso per antonomasia, a furia di fare le pulci ai poemi di Omero, morì per mano degli ammiratori di quest'ultimo.
Ora, davanti a simili elementi ho constatato che tre sono grosso modo i comportamenti che si possono assumere:
La condotta alla Charles Bronson.
Dai, siamo onesti: chi non ha sognato, almeno una volta nella sua vita, a fronte di qualche ingiustizia subita, di trasformarsi per qualche ora nel Paul Kersey della situazione ed elaborare, dotato di mitragliatrice Browning M1919 o anche di una più modesta lupara, una personalissima rivisitazione de “Il giustiziere della notte”?
La condotta alla papaboy, quello che ha fatto dell'insegnamento evangelico del “porgi l'altra guancia”, dell' “ama i tuoi nemici e prega per i tuoi persecutori” una concreta norma di vita quotidiana.
La condotta alla maestro Oogway (avete presente l'anziana tartaruga che in “Kung Fu Panda” dispensava saggi consigli a destra e a manca?).
Una scelta, questa, che equivale a sedersi seraficamente sulla riva del fiume e attendere che il cadavere del tuo nemico transiti.
Ce la potrei fare solo se adeguatamente dopata di Lexotan.


Fautrice da anni dell'antica legge del taglione – o se volete della condotta alla “occhio per occhio, dente per dente” – dopo aver adottato con scarso successo la prima condotta, assolutamente priva di pazienza per sperimentare la terza, oggi ammiro quelli che sanno seguire la seconda.
Perché mica è vero, come ho creduto per molto tempo, che a perdonare, a rinunciare ai propositi di vendetta, a concedere agli altri una seconda possibilità si fa la figura dei fessi. No, no: è che annullare ogni forma di risentimento verso chi ci danneggia o offende, fregarsene del male ricevuto, alla fine della fiera, ti fa risparmiare un sacco di energie inutili, ti impedisce di fossilizzarti solo sugli aspetti negativi della vita – perché sì, in fin dei conti, ci saranno anche questi poveracci che cercano in ogni modo di metterti i bastoni fra le ruote per sport, ma se rosicano così tanto, hai presente di quanti aspetti positivi deve essere costellata la tua esistenza? – e aiuta a considerare il bicchiere sempre mezzo pieno.
E poi a ben vedere anche gli stronzi hanno la loro utilità: sono un monito vivente a non diventare come loro.
Quindi a voi che mi state trifolando la pazienza da mesi, dico: parlate, sparlate, fate, disfate, tenetevi i soldi che mi dovete, pagatemi quando vi gira, intanto io continuo a pensarla come Randy Paush ha insegnato.
E cioè: «I muri esistono affinché noi possiamo dimostrare quanto ci teniamo a superarli. Esistono per separarci dalle persone che non vogliono davvero vedere esauditi i loro desideri. Lavorate più duramente. Non cedete. L'oro migliore è quello che giace in fondo ai barili di merda».

sabato 1 febbraio 2014

ERBA DI CASA MIA


http://www.youtube.com/watch?v=904zqHhwxVs

L'erba del vicino, si sa, è sempre più verde, almeno ai nostri occhi quando abbiamo impostato sull' “on” la modalità “NonMiVaBeneNienteDellaMiaVita”, per svariate ragioni (o frustrazioni) ci frullano talmente tanto che potremmo far girare per giorni da soli il parco eolico di Roscoe e il broncio di Shirley Temple in confronto al nostro mood è roba da dilettanti allo sbaraglio (situazione che – scusate la puntualizzazione – non capita solo a noi donne, cinque giorni al mese). E allora, in quei momenti, degli altri, paragonandolo con quello che abbiamo noi, ci sembra perfetto tutto, dal look al carattere, dal marito / moglie alla casa, passando per il lavoro e persino le rogne.
Fermiamoci al penultimo punto.
Di mestieri al limite del pulp (vi ricordate delle invereconde eredi siniche di Candy Candy?) abbiamo già parlato. Ma che dire di quelli che fino a cinque anni fa neppure esistevano e che recentemente si sono con successo imposti sul mercato?
Secondo uno studio del sito di networking professionale LinkedIn, dopo aver analizzato circa 260 milioni di curricula presenti sulla sua piattaforma, queste sono le nuove figure professionali oggi più richieste dalle aziende: gli specialisti di cloud computing e di marketing digitale, gli scientist data (cioè, come spiega il sito web del Corriere, gli statistici capaci di programmare e creare gli strumenti software che utilizzeranno per analizzare i dati), i programmatori Ios e Android.
Già dopo aver letto le prime righe di questa ricerca, mi rendo conto di aver sviluppato la stessa espressione perplessa che mia nonna Wanda vent'anni fa mi aveva regalato quando, tutta gaudiosa, le avevo comunicato che “da grande” avrei fatto la filologa: ricordo che è rimasta per minuti a fissarmi a punto interrogativo, senza sapere se esserne fiera o se fosse necessario un rimprovero.

 
Chi lascia il lavoro vecchio per quello nuovo...

Ma non è finita qui.
Stando a quanto scrive Le Figaro, richiestissimi sono anche gli istruttori di zumba (avete presente quel fitness di gruppo, ideato dal ballerino colombiano Alberto “Beto” Perez a fine anni Novanta, che mixa i movimenti afro-caraibici con quelli tradizionali dell'aerobica?), la cui presenza sul citato sito di networking nell'ultimo quinquennio è aumentata del 396%, e i beachbody coach, ovvero gli “istruttori per avere un fisico da spiaggia” che tengono lezioni private di fitness ed assicurano – ovviamente solo dopo aver compiuto immani fatiche ed aver rispettato sofferte privazioni culinarie – un fisico da urlo (sulla piattaforma LinkedIn la loro presenza è aumentata addirittura di oltre il 3000%).
Ora, avrà un bell'insistere il caro Goethe nel suo Faust sul potere attrattivo del nuovo (Nur Neuigkeiten ziehn uns an – Piace soltanto quel che è nuovo) ed io potrò anche essere démodé, poco (o nulla) al passo con le nuove tendenze impiegatizie, ma, in questo caso, all'erba del vicino, preferisco la mia, anche se meno verde.
D'altronde mi aveva già messa in guardia John Steinbeck: “La professione di scrivere libri fa apparire le corse dei cavalli un'attività solida, stabile”.