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venerdì 23 gennaio 2015

DITELO A DOMENICO


Non sono una grande amante dei centri commerciali ma se proprio è necessario, allora vado mirata, lista alla mano come una brava massaia, evitando i giorni e le ore da bollino rosso, più veloce del “figlio del vento” Carl Lewis nello scegliere, pesare frutta e verdura, controllare le date di scadenza dei prodotti, depositarli nel carrellino prima e sul nastro alla cassa poi, il tutto riuscendo a fare lo slalom tra i bradipo-acquirenti, nella speranza che l'incursione si riveli il più indolore possibile.
Non mi fermo ad ascoltare i video dimostrativi sulla portentosa aspirapolvere che ti ramazza casa con la sola forza del tuo pensiero, non sto a colloquiare con amici e parenti fortuitamente incontrati e potrebbe anche esserci Cracco spiaggiato nella corsia della pasta e del riso che comunque io non arresto la mia marcia (su quest'ultimo punto, però, concedetemi il beneficio del ripensamento).
Ma ieri...
Ieri succede che mentre sono alla ricerca della cassiera più lesta, sento strillare: «Dome', veni 'cca! Chi patri sii? U figghjolu mori e illu staci fora a fumari».
(Postilla per Domenico: quando una donna usa la terza persona singolare pur avendo a cinque centimetri di distanza dal suo naso l'interlocutore del suo discorso diretto, marca male, malissimo quindi la prossima volta, nei panni tuoi, Domenico, non escluderei di uscire di nuovo a fumartene un'altra, di sigaretta).
Forte della mia quasi quarantennale esperienza con il dialetto calabrese, capisco che una disperata signora si trova in una situazione di estrema difficoltà. Appena la raggiungo però vedo una corpulenta ragazzina dai capelli arruffati, estremamente esacerbata col marito (cui riesce, pur nel marasma generale creatosi, a rivolgere i peggio insulti), intenta a scuotere energicamente a testa in giù un bimbo di circa tre anni, ripetendo «A racina! A racina!».
Riassumendo: il problema è che al pupo è andato di traverso un acino d'uva, che lì per lì – forse complice la calma serafica materna? – non riusciva né a sputare né a deglutire del tutto.
Il padre improvvisa dapprima una abborracciata manovra di Heimlich, poi gli infila due dita in gola infine inizia ad ascoltare il parere del terzo e del quarto (suggerimenti che vanno dal «I bambini piccoli devo essere educati a masticare un boccone almeno quindici volte prima di ingoiarlo altrimenti muoiono soffocati» al «Bisogna cullarlo e calmarlo poi il suo corpo si rimetterà in sesto da solo» passando per un «Ma non lo sa che non si mangia a scrocco? Se prima pagava e poi consumava non sarebbe successo!»... Signore proteggici!) perché tutti sono pedagoghi coi figli degli altri e improvvisarsi Montessori è un attimo, noncuranti del fatto che nel frattempo il figlioletto, dopo aver bevuto un bicchiere di coca, aveva emesso un rutto rilevato anche dai sismografi giapponesi e il dramma era rientrato da dieci minuti.




È evidente che i coniugi devono essersi persi i rivoluzionari risultati cui è approdato il columnist del New York Times, Bruce Feiler, il quale, dopo lunghi anni di ricerche sociologiche e scientifiche, è riuscito ad elencare le principali caratteristiche di una famiglia in base alla cui presenza o assenza è possibile predire il benessere emotivo dei bambini, il rendimento scolastico e i problemi di comportamento.
Ecco le principali.

1.) La storia di famiglia
I bambini che sanno più cose sulla storia della loro famiglia (soprattutto se si tratta di momenti difficili e di sfide affrontate) prendono atto che nella vita ci sono alti e bassi, non crescono rincoglioniti convinti che la vita sia un Peppa Pig World (questo l'ho aggiunto io), hanno più fiducia in se stessi e si sentono più capaci di controllare il loro mondo.

2.) Le riunioni settimanali
Così come negli affari, anche in famiglia per migliorare, occorre ritrovarsi per una ventina di minuti almeno una volta alla settimana per fare un bilancio sugli equilibri interni e domandarsi su quali aspetti bisogna lavorare per rendere il gruppo più efficiente.
Già mi vedo il buon Domenico vestito come Briatore spronare i suoi a collaborare per avere una “vita da soGNo”.

3.) La mission di famiglia
Secondo Feiler, bisogna sviluppare una «dichiarazione d’intenti» generale, tipo sedersi tutto intorno al tavolo ed individuare obiettivi tipo (cito testuali parole): «Vogliamo essere una famiglia che va in campeggio d'estate» oppure «Vogliamo essere una famiglia che bisticcia in maniera costruttiva».
Questa sera provo anche io a proporre al Rose, dopo che si è sparato 12 ore di lavoro, un sit-in finalizzato alla ricerca della mission per la family.
Giusto per vedere di nascosto l'effetto che fa.

4.) La cena in famiglia
Le ricerche di Feiler hanno dimostrato che cenare in famiglia può cambiare la qualità della vita dei figli. I bambini che mangiano con i genitori e i fratelli hanno un lessico più ricco, buone maniere, un’alimentazione più sana e maggiore autostima. Inoltre da adulti, sarebbero meno propensi a bere, fumare, drogarsi, rimanere incinta prima del tempo, suicidarsi e sviluppare disturbi alimentari.
Alcuni di loro entro il primo anno di età hanno anche vinto il Nobel.

5.) Litigare bene
Bill Ury, fondatore del «Project on Negotiation» della Harvard Law School, nei suoi corsi insegna a litigare in maniera assennata.
La procedura consta di tre parti.
Prima: separarsi, andare in balcone, respirare e ridimensionare la rabbia.
Seconda: tornare dentro proponendo minimo tre alternative per risolvere la lite.
Terza: aprire una serie di trattative e concordare insieme la soluzione migliore.
Caro il mio Bill, quando ti parte l'embolo o sei Giobbe o col piffero che nel bel mezzo di un acceso litigio vai sul balcone a fare due respiri profondi per poi fare ritorno sul ring nei panni di Mahatma Gandhi.

Feiler comunque conclude il suo best seller “The Secrets of Happy Families” con una notizia rincuorante. Gli studiosi hanno scoperto, confrontando i bambini adottati con quelli cresciuti da genitori biologici, che non ci sono sostanziali differenze fra gli uni e gli altri in come vivono la vita famigliare e assolutamente nessuna nella capacità di instaurare buoni rapporti con i coetanei ergo chiunque, a prescindere dai fallimenti pregressi, può avere una famiglia felice.
Quindi c'è una speranza anche per quel poveraccio del centro commerciale che, al di là dell'immagine di padre degenere che ne ha dato la gentil consorte, in dieci minuti l'epiteto più carino che si è sentito rivolgere davanti a una nutrita rappresentanza di biellesi accorsi è stato quello di “minchjuni”?
Basta inserire l'episodio della “racina” tra quelli bui da raccontare al “figghjolu” quando cresce, iscrivere la mogliettina ai corsi di Ury e inserire tra le missions di famiglia anche la voce “Vogliamo essere una famiglia che al supermercato va per fare la spesa e non per dare spettacolo”.
Qualcuno lo vada a dire a Domenico!

giovedì 4 dicembre 2014

THE PRINCE CHARMING IS DEAD


Come ogni anno, arriva dicembre e in televisione, su Internet, nei giornali è tutto un fiorire di suggerimenti in vista del Natale: il regalo perfetto, il menù perfetto, l'abbigliamento perfetto, il decoro perfetto...
Tralasciando il fatto che di carattere sono sempre stata un bastian contrario, in me tutti questi saputelli in cerca della sedicente perfezione che dispensano consigli suscitano lo stesso interesse di una televendita di penne magiche... vi ricordate quelle che avrebbero dovuto servire per eliminare i graffi sulla carrozzeria dell'auto?
Tutta questa amena premessa per avvisarvi che se oggi state per leggere un post sull'ammore, potrebbe essere che il 14 febbraio disquisiremo di abeti e presepe.
Conoscendo la mia propensione per gli argomenti da Commedia Umana, la mia amica Margie qualche giorno fa mi ha inviato un articolo apparso su un settimanale newyorkese dal titolo “The prince charming is dead”.
 

Tutto subito mi sono chiesta: ma siamo poi così sicuri che sia passato a miglior vita? Non è che magari il Principe Azzurro è solo in terapia intensiva?
Poi però, dopo aver letto la ricerca della psicologa a stelle e strisce, mi sono domandata: ma non è che, se 'sto disgraziato è morto, alla fine della fiera la colpa è anche un po' nostra?
Nell'articolo si sostiene infatti che noi donne siamo assolutamente convinte di riuscire a trasformare un ranocchio in principe – che, fuor di metafora, vorrebbe dire redimere un uomo problematico rendendolo un compagno felice – perché la nostra cultura sentimentale è stata inquinata da modelli sbagliati che ci spingono a cercare senza sosta l'happy ending delle favole.
Al che, mi sono venute alla mente tre letture davvero illuminanti in questo senso.
Durante una mia recente degenza ospedaliera, un'anima pia, sapendo del mio odio per i fiori (che per altro avevano già saturato la stanza), ha fatto cosa buona e giusta venendomi a trovare con in dono tre libri: “Vogliamo la favola”, “Sdraiami” e “La ballata delle prugne secche”.
Simona Siri, Berarda Del Vecchio e Pulsatilla hanno fotografato così bene quello che è stato anche il mio passato sentimentale che non saprei usare parole migliori delle loro per sintetizzare il mio pensiero in materia.
«È colpa di tutte le coppie da sogno che hanno popolato la nostra immaginazione fin dalla tenera età, non importa se reali o inventate, se cinematografiche o letterarie, se in carne e ossa o fatte a cartone animato – sostiene Siri – se la nostra vita sentimentale si è nutrita di aspettative troppo alte».
D'altronde nell'Era Preistorica dell'Arte Amorosa tutto era più semplice: anche un semplice contatto fisico era sufficiente a farti venire la pelle d'oca e il fiato corto. Poi però – spiega Del Vecchio – le cose progressivamente si aggrovigliano e nell'età adulta si arriva a collezionare una serie di fregature, mezze storie, fidanzamenti improbabili, insomma relazioni con personaggi che «neppure Darwin, buonanima, li avrebbe voluti nella sua tenace ricerca dell'anello mancante fra l'Uomo e le scimmie bonobo»: dall'Uomo-verme a quello che ti fa vivere sotto un treno di cazzate e rimpianti, dal super-paraculo col botto al maschio che riesci a reggere solo se hai «un fisico da fondista, una mente da stratega, una presenza di spirito da comico e un pelo sullo stomaco da bestia» passando per quello che «ha quarant'anni, ne dimostra cinque di meno fisicamente, venti di meno psicologicamente, quaranta di più mentalmente. Con lui non sai mai se stai parlando con il Saggio della Montagna o con l'Adolescente Coglione, ma certo non riesci mai a parlargli di te».
E tutto questo perché «noi donne siamo geneticamente programmate per accettare ogni tipo di bugia e cazzata da uno che ci piace. Anzi, pare che nella mappatura del genoma della femmina dell'Homo Sapiens, il cromosoma accètta-fregnacce [...] sia uno dei più antichi insieme a quello perdona-stronzi e a quello ama-e-soffri».
Dello stesso avviso, anche Pulsatilla: se ci si para davanti non un pallista normale, ma addirittura un campione mondiale di pallismo, che facciamo noi? «Trotterelliamo ingenuamente verso di lui come Cappuccetto Rosso nelle fauci del lupo».
Morale: nove uomini su dieci si rivelano un disastro, una catastrofe ecologica... d'altronde un motivo deve pur esserci se «gli italiani sono un popolo a crescita zero in via di estinzione».

Poi però, quando meno te l'aspetti, quando pensi che rimarrai zitella fino alla fine dei tuoi giorni (a meno che tu non decida di optare per il Trono Over di Maria, dove sai che, mal che vada, ci sono sempre Giuliano e Antonio J. ad attenderti), arriva uno di quegli accadimenti inaspettati che ti cambia la vita. E allora, dopo aver attraversato una valle di lacrime fatta di uomini deludenti – come già ho avuto modo di confessare nel primissimo post di questo Blog – anche io il mio Ciop, il mio Shiro, il mio Raimondo, insomma la mia metà della mela alla fine l'ho trovata.
E come si capisce che lui è proprio Lui?
Personalmente ho avuto non dico un vago sospetto, ma proprio la matematica certezza di avere di fronte la nemesi di tutti i miei precedenti naufragi sentimentali quando guardandolo ho sentito che quello scambio di battute tra Jade e David in “Amore senza fine”, che mi era sempre sembrato di una stucchevolezza nauseante, combaciava alla perfezione con quello che sentivo.
Già perché se alla domanda «Cosa faresti se io morissi?», vi viene da rispondere «Morirei anche io», allora col cavolo che il Principe Azzurro è morto, con buona pace delle ricerche della psicologa americana!

giovedì 29 maggio 2014

PROVE D'AMORE. PROVE IN AMORE



C'è una canzone degli U2 che dice
«When I was all messed up,
[...] your love was a light bulb,
hanging over my bed».
Questo post è per te, Rose,
che da nove anni illumini la mia strada.
Grazie
per aver reso la mia vita migliore!


L'altro giorno dal parrucchiere, sfogliando distrattamente un giornale altamente culturale (!), mi sono imbattuta in un articolo nel quale – prendendo spunto da una dichiarazione di Cristiana Capotondi – si dissertava di prove d'amore.
L'attrice trentatreenne raccontava di aver rinunciato per un anno al sesso su richiesta del fidanzato Andrea Pezzi, precisando che proprio grazie alla forzata castità ha imparato a vivere meglio il rapporto di coppia.
Nei restanti 35 capoversi dell'articolo sessuologi, psicologi, sociologi e svariati altri “-ologi” competenti (o pseudo tali) in materia si sono scervellati nel tentativo di dare una spiegazione al fenomeno, che a quanto pare è in crescita, arrivando a questa conclusione: secondo gli ultimi dati Istat, in Italia ci sono circa 86.000 matrimoni l'anno, numero in sensibile calo a differenza di quanto capita per i divorzi, che crescono esponenzialmente, arrivando a superare quota 55.000. E nella stragrande maggioranza dei casi, qual'è il motivo della rottura? L'impossibilità di accontentare le aspettative del partner. L'incapacità di chiamarsi fuori in tempo utile da una dinamica malata, fatta di obblighi e ricatti, che ha il suo punto di partenza proprio nella “prova d'amore estrema”.
Tralasciando il fatto che già solo l'imposizione di qualcosa o la richiesta di una “prova” mi sembra alquanto antitetico con il concetto di “amore” (e non c'è bisogno di essere Freud per arrivarci) e che se proprio vogliamo utilizzare i due termini insieme bisogna saperli inserire in frasi di sublime poeticità come lo sono i versi di Vivian Lamarque – “Con un filo d'oro la vorrei legare a me. Poi, come prova d'amore, la vorrei per sempre liberare” – ciò che mi lascia alquanto stranita è il tono allarmistico usato da un team di ricercatori della Clemson University secondo cui il partner (nove su dieci di sesso femminile), fatto su come una magnolia alla richiesta “Se mi ami, fallo” (astenersi perditempo che ironizzino sull'imperativo testé usato!), entra in una spirale di manipolazione e sudditanza.
Nenooo nenooo nenooo (suono onomatopeico di sirene)!!!
Porca misera – mi son detta – qui la cosa si fa seria!

 
Al che ne ho voluto sapere qualcosa in più di questo sedicente pestilenziale flagello delle relazioni amorose nel ventunesimo secolo.
Così, snapando qua e là, ho scoperto che la Capotondi è in buona compagnia.
Anzi, a ben vedere c'è pure chi sta messa peggio.
Eva Clesis, ad esempio, fino a qualche tempo fa se le girava di mettersi una collana o un orecchino, doveva portare solo i gioielli appartenuti alla moglie defunta del suo compagno, Nancy Fetherstone e il marito Donald da più di trent'anni indossano gli stessi vestiti («In un'epoca di completa assenza di valori e in cui impera l'individualismo, come questa che stiamo vivendo – sostengono gli interessati – sfoggiare tutti i santi giorni magliette e calzoni dello stesso colore è un modo per mostrare a tutti il nostro amore»... ah be', contenti loro!) mentre Martina Emisfero per un ex ha rivoluzionato la sua dieta diventando vegana e Carlotta Chiari si immerge tra i pescecani per amore di Filippo, appassionato subacqueo.
«Tütt cine!» avrebbe icasticamente commentato la mia saggia nonna Wanda.
Posto che ognuno è libero di pensarla e comportarsi come meglio crede, a me – che sono cresciuta circondata da esempi di rapporti coniugali molto sobri, pragmatici ed estremamente solidi – leggere di questi eccessi, viene davvero da ridere.
Mi sembrano solo delle gran cazzabubbolate.
Già... perché se proprio vogliamo usare i termini “prova” e “amore” nella stessa frase, è molto più corretto parlare di “prove IN amore” piuttosto che “DI amore” e qui la faccenda è un bel po' diversa. Perché in una storia vera si è chiamati quotidianamente a superarne dando ogni santo giorno dei piccoli, grandi saggi del sentimento che diciamo di provare, ora sopportando le lune o un momento di malumore del partner, ora supportandone le debolezze, ora tollerando un suo difetto, ora morsicandosi la lingua per evitare di mandarlo/la a cagare... e potrei andare avanti per venti post a elencare una dettagliata casistica.
Magari sono esempi meno estremi, meno pericolosi, meno plateali ma dal mio punto di vista più faticosi e significativi (che poi, a ben vedere, quelle stesse cose – che fatte per chiunque altro costerebbero sforzi immensi – fatte per Lui / Lei non dico che sembrano una passeggiata ma comunque non pesano come macigni!).
Morale della favola, vestitevi e mangiate come vi pare, praticate o meno l'astinenza da ciò che volete, fatevi tatuare il nome dell'amato come Melissa Satta per il suo Kevin Prince o regalategli un'isola a forma di cuore come Angelina a Brad oppure – sempre per restare in tema di scelte misurate – affittate l'intera Disneyland solo per portarlo a un party privato nel castello della Bella Addormentata su una zucca trainata da cavalli banchi come Mariah Carey e Nick Cannon, insomma chiedete o date le prove d'amore che vi pare se questo vi fa vivere con più serenità un rapporto ma ogni tanto fermatevi a ripercorrere mentalmente la vostra relazione e se dopo cinque, venti, cinquanta o-quanti-sono anni sareste disposti senza remore a ricominciare tutto daccapo, nella buona e nella cattiva sorte, è questa la garanzia che andavate cercando!

mercoledì 24 luglio 2013

QUESTO FOLLE SENTIMENTO


...così definiva l'amore la Formula 3.
E in effetti se ne fanno di cose strane quando si è particolarmente coinvolti, soprattutto in questa stagione che è quella dei flirt sotto l'ombrellone (o a bordo piscina o all'ombra di uno spoglio abete, a seconda dei vostri gusti vacanzieri) per eccellenza.
È dell'estate scorsa una notizia davvero ai limiti del pulp. Coppia in piena crisi. Lei viene a sapere che lui ha già un'altra ma, per nulla intimorita dalla rivale, decide di partire alla riconquista del suo uomo. I tentativi però non vanno a buon fine e lui, sfinito dal suo pressing, decide di farle capire come stanno veramente le cose invitandola a cena a casa sua. E servendole Guglielmo e Zar, i suoi due amati gatti siamesi, come secondo.




Altrettanto eclatante, anche se meno macabra, è la scoperta che si è trovato a fare dieci anni fa un signore di Taiwan il quale, approfittando dell'assenza della moglie, in vacanza con delle amiche, ha pensato bene di ingannare la serata solitaria trastullandosi con la visione di un dvd a luci rosse. Peccato però che la protagonista del film fosse proprio la di lui consorte, ripresa mentre faceva allegramente sesso con un amico di famiglia.
Davanti a un tradimento le reazioni possono essere molteplici: c'è chi, come me, si ostina stupidamente a non credere (nemmeno davanti all'evidenza) arrivando a trasformarsi in Tom Ponzi e a nascondersi in un cassonetto dei rifiuti per averne la conferma, c'è chi opta per una reazione alla Charles Bronson come la mia amica Gloria – che, un cicinìn esacerbata e ad un passo dalle nozze, decide di dare una bella sistemata al setto nasale del fedifrago – o come il signore di Taiwan di cui sopra che ha aspettato pazientemente di incrociare lo pseudo amico con cui se la spassava la moglie e lo ha aggredito con un coltello proprio laggiù nelle parti basse, applicando perfettamente la legge del taglione. D'altronde, chi di spada ferisce, di spada perisce (ed in questo caso “spada” potrebbe, dai più arguti, essere inteso come emblematico termine metaforico).
Ma c'è anche chi riesce a dimostrare un insospettabile fair play. Come ha fatto Delemar, un collega brasiliano del Rose, che durante un tranquillo pranzo a casa della madre, vede alla televisione la sua seconda moglie dimenarsi con addosso un vestito grande come un coriandolo su un coloratissimo carro al carnevale di Rio o come ha fatto un signore tedesco in vacanza a Bolzano che dopo aver litigato furiosamente con la moglie, la lascia al ristorante un po' brilla per ritirarsi nella camera d'albergo. Tornato a più miti consigli, dopo un'ora scarsa l'uomo va a cercare la sua dolce metà della quale però sembrano essersi perse le tracce. Solo dopo che per tutta la notte una cinquantina tra forze dell’ordine e vigili del fuoco si sono dati un gran daffare setacciando inutilmente l'intera zona dell’Alto Adige tra Appiano e Bolzano, si è scoperto che la signora era in tutt'altre faccende affaccendata. Conosciuto un intrigante connazionale facendo l'autostop ed essendosi trovata bene in compagnia del suo autista di fortuna, la donna aveva deciso di passarci la notte insieme, ignara delle ricerche certosine promosse dal marito. In entrambi i casi i signori si sono limitati a fare una telefonatina ai loro avvocati per inoltrare una richiesta di separazione.
E che dire della vicenda che ha coinvolto suo malgrado anche mia suocera, la quale un bel giorno si è vista recapitare a casa il regalo di matrimonio consegnato un mese prima a un nipote convolato a giuste nozze? Desiderosa di spiegazioni, è venuta a sapere che il meschino si era trovato le valigie fuori di casa (della quale la moglie aveva già provveduto a cambiare la serratura) all'indomani del ritorno dal viaggio di nozze. Ma non è tutto. Non paga delle informazioni ottenute, pipa in bocca e deerstalker in testa, la solerte mamma del Rose, chiedendo, curiosando, facendo sistematiche e accurate indagini, è anche venuta a sapere che la donna aveva da tempo una relazione parallela con un uomo sposato: non volendo privarsi dell'emozione di indossare l'abito bianco e di viversi un'intera giornata con gli occhi di tutti puntati addosso, non le era nemmeno passato per l'anticamera del cervello di fermare i preparativi del matrimonio pur sapendo che al ritorno dalla luna di miele al povero neo marito avrebbe dato il ben servito.
Per la cronaca: da quel giorno continua ad avere addosso gli occhi di molti (per la precisione, quelli di tutti i numerosi parenti e amici dell'ex) ma non credo che la cosa adesso la renda felice mentre il nostro cugino abbandonato oggi è felicemente sposato e padre di una nutrita nidiata di figli!
Morale: le corna sono come i denti. Fanno male quando spuntano ma poi servono per mangiare. Oppure, se preferite, può valere la considerazione di Joy Turner (quello di “My name is Earl”): «Non sono le corna a rovinare i rapporti, ma il fatto di venirle a sapere».

lunedì 11 marzo 2013

OH-TELLA!

Nelle mie vene scorre per il 25% sangue veneto, per un altro 25% piemontese e per il restante 50% CALABRO.
Di questo 50% ne vado particolarmente orgogliosa, pur con tutti gli eccessi che ne conseguono.


Insomma a me, per trasformarmi in Otella (o meglio Oh-Tella, per dare più enfasi alla cosa) ci vuole un niente.
E da questo punto di vista il lavoro del Rose nel campo della moda non aiuta.
Ma il casus belli viene da un aneddoto prettamente casalingo.
Un mesetto fa, abbiamo iniziato alcuni lavori in casa e ha fatto la sua apparizione una conturbante geometra dai languidi occhi a triglia, con una acconciatura un po' cotonata e la frangetta fresca di piega, una tinta dal colore indefinibile e un tubetto di gloss sulle labbra, il tutto mal sistemato su un corpo da gnoma stile la testimonial dei formaggini Susanna.
Forse ignara del fatto che il bel Rose nella sua vita fosse già ben accompagnato e di certo ipovedente al punto da non aver scorto la fede al dito, forte della carica erotica che solo una donna armata di cazzuola e casco protettivo può trasmettere (sappiate che sono ironica), questa MacGyver in gonnella gli stava incollata come una lampreda di mare ed era tutto uno sculettamento & petulanza.
Sprovveduta!
Cara la mia Incantevole Creamy dell'edilizia 2.0, sappi che nonostante io fossi nella stanza adiacente a fingere di cucinare la peperonata con le cotiche, ciò non significa che da accorta Miss Marple io non avessi già provveduto a passarti allo scanner prima che varcassi la soglia di casa e il colpo di tosse che hai sentito era solo il primo avvertimento.
Quello successivo è dardeggiare sguardi omicidi (che però temo tu sia troppo ottusa per cogliere).




Sull'argomento, sono informatissima. Recenti ricerche hanno dimostrato che la gelosia ha una base biochimica cosicché nei soggetti più affetti, si osserva una netta diminuzione di serotonina, l’ormone che regola il nostro buon umore. Quindi meno serotonina, più cattivo umore, meno autostima e voilà: ecco che la giugulare comincia a pulsarti a tutto andare nel collo!
Gli antropologi sostengono che la gelosia possa essere retrospettiva (leggi: lo spauracchio delle ex. E approfittando di questa parentesi, vi sconsiglierei caldamente di bissare l'errore madornale commesso dall'incauto Tolstoj, che il giorno prima di sposarsi consegnò alla sua diciottenne fidanzata Sonia un diario bollente dove erano elencate con dovizia di particolari tutte le sue conquiste. Per la cronaca: la tapina non si riprese mai più) oppure preventiva con conseguente controllo ossessivo delle mosse del partner (il saggio Freud sosteneva che questo tipo di gelosia derivasse da una forma di inadeguatezza personale che porta a “vomitare” sul partner le proprie insicurezze... che culo!).
Nel mio caso, non è niente di tutto questo. Nel retrobottega del mio cervello so benissimo che il mio Rose è una personcina seria, come non ne esistono più sulla piazza. È sulle geometre in versione femme fatale che si riversa il mio disappunto.
La questione è la seguente.
Alcune settimane fa, ho letto un articolo sul “Corriere”, dal titolo “Quelle che si innamorano solo di uomini sposati” (so che il discorso può essere valido anche per gli ometti, ma dato che nell'articolo si parlava di donne ed io appartengo al gentil sesso, sento particolarmente nelle mie corde questa dissertazione al femminile).
Pare che ci siano molte donne che si innamorano solo di persone già fidanzate o sposate. Anzi, proprio il fatto che “sia già di un'altra” ai loro occhi rende più desiderabile e “appetibile” (le intervistate hanno usato proprio questo termine... Signore pietà!) un uomo.
Perché?
Le ipotesi avanzate sono due: per un senso (idiota) di competizione nei confronti della compagna ufficiale (al fine di dimostrare, al mondo e a se stesse, di essere così irresistibili da riuscire a strapparle la dolce metà... ma non hanno niente di meglio da fare, mi verrebbe da domandare?) oppure – e questa teoria è proprio sintomatica della microcefalia di alcune donzelle – perché dopo una certa età gli uomini liberi sono considerati dalle suddette “scarti di altre” quindi difettosi o problematici, ergo da evitare mentre uno già “scelto” ha sicuramente delle doti indiscutibili e testate.
Ora, va bene che la Cyndi ci ha insegnato che “Girls Just Wanna Have Fun” e che ben prima di lei la nostrana Rosanna Fratello confessava di essere una donna, non una santa ma tutto ha un limite. Il buon Dio non vi ha fatto dono del prezioso senso del discernimento? Non sapete distinguere l'uomo potenzialmente sensibile a certe tentazioni da quello che rimane invece impermeabile a certe avances?
Comunque sculetta e “petula” pure quanto vuoi, povera la mia Playmate del calcestruzzo, ma stai perdendo il tuo tempo... tanto qui non c'è trippa per gatti!
E se vi doveste mai accingere a lasciare un commento, una prece: astenersi saggi! Lo so da me, caro amico/a che adesso vorresti vestire i panni di Salomone ed elargirmi giudiziosi consigli per sconfiggere questa mia inveterata propensione alla gelosia, che tale stato emotivo, spesso ingiustificato, causa ansia e tormenti facendo vivere sia colui o colei che la prova sia la persona amata in uno stato di perenne, trepidante inquietudine, la quale a sua volta danneggia l'equilibrio psico-fisico e bla, bla, bla...
Negli anni – nonostante lo sfogo contenuto in questo post possa far pensare il contrario – ho imparato a gestirla e soprattutto a fare tesoro di un detto popolare calabrese sempre valido secondo cui ad essere troppo possessivi si rischia di finire nel peggiore dei modi.
Quindi, ricordate anche voi: l'omu gilusu, mori cornutu!

giovedì 14 febbraio 2013

I HAVE NEVER LOVED YOU MORE

Avviso importante:
la lettura di questo post è sconsigliata
a chi soffre di diabete
e a chi è appena stato dal dentista
e non vuole tornarci presto per carie diffuse ai ¾ dei denti

Parliamoci chiaro: di scrivere un post zuccheroso in occasione di San Valentino io non ci pensavo proprio. Il fatto è che sono assolutamente contraria all'usanza di dedicare una giornata a questo o a quello, vuoi alla mamma, vuoi agli innamorati, vuoi alla donna... La mamma, gli innamorati, le donne esistono 365 giorni l'anno, mica ce se ne ricorda in uno soltanto.
Tanto più che a me il 14 febbraio porta una sfiga inenarrabile (ve ne racconto solo uno, il San Valentino del 2006. Primo anno di matrimonio. Finito il lavoro nell'archivio pulcioso, mi fiondo a fare la spesa e poi a casa convinta, con i superpoteri di cui non dispongo, di riuscire in un'ora e mezza – tempo che mi separava dall'arrivo del Rose – a fare nell'ordine: cenetta a lume di candela articolata in antipasto, primo, secondo e dolce, rassettamento veloce della casa, doccia e restauro. Il mio piano si è arenato miserevolmente al punto uno, quando sovrappensiero ho immerso il minipimer nella terrina. Dimenticandoci dentro il dito. Vi tralascio il seguito splatter. I miei funambolici programmi per la serata sono miseramente naufragati ma io – se la cosa vi può interessare – ho ancora dieci dita. Dicono che si dovrebbe sempre cercare il lato positivo!).
Ma non divaghiamo.
Si diceva della mia reticenza a parlare di San Valentino, cioè di quell'amore eccessivamente magnificato nelle canzoni e nei libri che si leggono sotto l'ombrellone, insomma di quel concetto di amore idealizzato e poco aderente al reale (d'altronde si sa come vanno le cose: all'inizio ci sono le farfalle nello stomaco, si hanno gli occhi a forma di cuore, ci si sente in preda a una incontrollabile dissenteria emotiva. Ma poi gli slanci passionali si placano, subentra la routine e inizia la lagnosa tiritera del «Non sei più come una volta»... ma questa è materia buona per un altro post).
Poi ho guardato il calendario, i miei post escono generalmente di giovedì e così ho pensato fosse un eccellente pretesto per dimostrare che d'amore una donna può anche parlare senza per forza cadere fastidiosamente nel melenso.


Tanto più che ad illustrare il concetto ho scelto l'esempio offerto da due uomini.
Partiamo da Barack Obama. Le avete sentite tutti le parole dedicate alla moglie sul palco del McCormick Center dopo la sua rielezione il 6 novembre 2012?
«Non sarei l'uomo che sono oggi senza la donna che vent'anni fa ha accettato di sposarmi. Lasciate che lo dica pubblicamente: Michelle, non ti ho mai amato tanto».
Permettetemi un triviale ma genuino “STICAZZI!”.
L'altro esempio è un po' più triste ma ugualmente paradigmatico di un grande, anzi eterno, amore.
Lui è il magnate della pubblicità Maurice Saatchi il quale in una recente intervista al “Sunday Times” ha dichiarato che dopo la scomparsa nel giugno 2011 dell'adorata moglie Josephine (cioè la celebre scrittrice irlandese, autrice de “Il Danno”, Josephine Hart) per lui «continuare a vivere è un tradimento oltre che un gesto di puro egoismo».
Ma non è tutto. Lord Saatchi, che ogni mattina è solito far colazione sulla tomba della consorte per continuare a sentirla vicina, ha confessato di augurarsi di riuscire a raggiungerla al più presto: «Il mio amore per Josephine è stato talmente forte che ci ha fatto diventare una persona sola. E questo niente e nessuno lo cambierà mai».
Nemmeno la morte.
Se l'amore è amore, direbbe Venditti...

giovedì 31 gennaio 2013

“NON CREDO!” OVVERO: ODE ALLA STRONZA

Driin, driiiin...
«Dottoressa De Biasio, buongiorno... ehm, come andiamo con il libro?», esordisce timidamente il Signor XY, che nella vita fa il sindaco di una città del nord Italia, imbrocca una consecutio temporum su quindici e per darsi un tono promuove a tutto andare libri sul territorio che amministra (grande cosa, per carità, dato che la fortunata prescelta per occuparsi di crearli e partorirli sarei io se non fosse però che A.) in un anno e mezzo ha deciso di raddoppiare le pagine almeno cinque volte, senza aumentare proporzionalmente anche il mio compenso; B.) non ha ancora capito che nel 1200 si parlava in latino e bollarlo come “la lingua dei balenghi” solo perché lui non la conosce è una definizione un po' azzardata soprattutto se lo fa tutte le volte che conversa con ME, che sarei una filologa medievale latina, ergo una filologa dei balenghi; C.) il libro gli va anche riassunto dettagliatamente affinché non rilasci dichiarazioni alla stampa inascoltabili).
«Benissimo! Sto rileggendo gli ultimi capitoli e domani consegno in tipografia»
(qui c'è puzza di bruciato, Betta, chiudi la telefonata il più in fretta possibile! Dice una vocina saggia dentro di me)
«Ah, gnacfrcdrwsd» seguono vocali e consonanti random, dalle quali è impossibili dedurre l'esatta traduzione del pensiero sotteso.
«Prego?»
«È che... gnhem... sa quello stagista che avevo preso a rispondere al telefono qui in Comune? Quello che era uscito dai Geometri e non sapeva se iscriversi a Scienze Politiche o al DAMS ma poi aveva deciso di andare a Roma per tentare i casting dalla De Filippi?»
«Purtroppo sì, mi ricordo» (con quelle credenziali era difficile dimenticarsene)
«Ecco, mi aveva detto che avrebbe scritto lui la mia prefazione ma... cdfsvkdflhgbry... non so come dire...»
«Non l'ha fatto, giusto?»
«Ecco, sì»
(Strano!)
«Quindi?»
«Quindi... lo potrebbe fare Lei? Sa, così mi fa fare bella figura. E poi se potesse anche rivedere le immagini da inserire che, gahsp!, mi sembrava di aver salvato sulla chiavetta ma niente, non le trovo più... E anche...»
Segue elenco di altre cinque o sei rogne che – gndxkjbvsdyufv, come direbbe il mio interlocutore – si doveva grattare lui ma mi sono ritrovata sul groppone io.
«D'altronde, Lei è così brava!»
(E Lei così paraculo!)
«Per domani pomeriggio, ovviamente», precisa lui
(Digli di no, digli di no, digli di no...)
«Ma che scherza, domani pomeriggio dice? Lo consideri fatto già in mattinata».
Riattacco.
Gelo.
Panico.
Argh! Non ci posso credere: ci sono ricascata (oltre ad aver in parte mutuato le sue interiezioni).
E così addio serata pizza + dvd + varie ed eventuali col Rose.

QUANDO UNA TSHIRT DICE PIU' DI 1000 PAROLE!

Improvvisamente mi tornano alla mente le parole della mia amica Margie. Sarà stato lo scorso agosto e lei era alle prese con il libro must dell'estate: «Getting in Touch with Your Inner Bitch» della giornalista americana Elizabeth Hilts (in italiano: «Fai uscire la stronza che c'è in te»).
A sentirne distrattamente la recensione, uno di quei libri per i quali io non spendere mai 17 euro per comprarlo e 3 ore di tempo per leggerlo.
Ma Margie insisteva.
Diceva che non si trattava del solito libro che ripropone la teoria secondo cui solo le cattive ragazze nella vita ottengono qualcosa mentre le altre rimangono al palo. La “toxic niceness”, ossia la bontà un po' fine a se stessa e decisamente castrante, va combattuta, mi ripeteva con aria pugnace.
Vogliamo dire “no” ma ci sentiamo esalare un timido e poco convinto “sì”?
Ci scusiamo senza colpa?
Non ci sentiamo all'altezza?
Allora siamo affette da “carinite ossessivo – compulsiva” che ci riempie la testa di “dovresti”, ai quali bisogna imparare a rispondere con un “non credo”. Questo è il metodo della Hilts per liberare la stronza che teniamo imbavagliata dentro di noi.
Come Karen, in quella scena della sit-com “Will e Grace”: «Quando l'organizzatore della cena di beneficenza ti chiede, la sera prima dell'evento, se puoi preparare quei tuoi meravigliosi dolcetti, tu dirai: NON CREDO, MA SARO' FELICE DI INSEGNARLE COME SI FANNO, LA PROSSIMA VOLTA!».
Io, disinteressata alla cosa e fermamente convinta che una persona non possa imparare da un libro a modificare la sua natura, avevo cambiato discorso.
La scorsa estate.
Ora invece non mi resta altro da fare che, nell'ordine: chiamare Margie per farmi dare alcune dritte, ritelefonare a “Mister Interiezione Balenga” e ridiscutere le tempistiche, prenotare la pizzeria per stasera e andare ad affittare un dvd.
Voi che ne dite?
Mi capite, vero?
D'altronde la compagnia è grande.... basta rileggere i commenti che molti di voi hanno lasciato al post sui buoni propositi per l'anno nuovo esprimendo il desiderio di cercare di pensare più egoisticamente a se stessi e lasciarsi meno far su come delle magnolie dalle richieste degli altri.
Che facciamo? Ci troviamo tutte in libreria? Io sono quella col volume della Hilts in mano!