sabato 1 febbraio 2014

ERBA DI CASA MIA


http://www.youtube.com/watch?v=904zqHhwxVs

L'erba del vicino, si sa, è sempre più verde, almeno ai nostri occhi quando abbiamo impostato sull' “on” la modalità “NonMiVaBeneNienteDellaMiaVita”, per svariate ragioni (o frustrazioni) ci frullano talmente tanto che potremmo far girare per giorni da soli il parco eolico di Roscoe e il broncio di Shirley Temple in confronto al nostro mood è roba da dilettanti allo sbaraglio (situazione che – scusate la puntualizzazione – non capita solo a noi donne, cinque giorni al mese). E allora, in quei momenti, degli altri, paragonandolo con quello che abbiamo noi, ci sembra perfetto tutto, dal look al carattere, dal marito / moglie alla casa, passando per il lavoro e persino le rogne.
Fermiamoci al penultimo punto.
Di mestieri al limite del pulp (vi ricordate delle invereconde eredi siniche di Candy Candy?) abbiamo già parlato. Ma che dire di quelli che fino a cinque anni fa neppure esistevano e che recentemente si sono con successo imposti sul mercato?
Secondo uno studio del sito di networking professionale LinkedIn, dopo aver analizzato circa 260 milioni di curricula presenti sulla sua piattaforma, queste sono le nuove figure professionali oggi più richieste dalle aziende: gli specialisti di cloud computing e di marketing digitale, gli scientist data (cioè, come spiega il sito web del Corriere, gli statistici capaci di programmare e creare gli strumenti software che utilizzeranno per analizzare i dati), i programmatori Ios e Android.
Già dopo aver letto le prime righe di questa ricerca, mi rendo conto di aver sviluppato la stessa espressione perplessa che mia nonna Wanda vent'anni fa mi aveva regalato quando, tutta gaudiosa, le avevo comunicato che “da grande” avrei fatto la filologa: ricordo che è rimasta per minuti a fissarmi a punto interrogativo, senza sapere se esserne fiera o se fosse necessario un rimprovero.

 
Chi lascia il lavoro vecchio per quello nuovo...

Ma non è finita qui.
Stando a quanto scrive Le Figaro, richiestissimi sono anche gli istruttori di zumba (avete presente quel fitness di gruppo, ideato dal ballerino colombiano Alberto “Beto” Perez a fine anni Novanta, che mixa i movimenti afro-caraibici con quelli tradizionali dell'aerobica?), la cui presenza sul citato sito di networking nell'ultimo quinquennio è aumentata del 396%, e i beachbody coach, ovvero gli “istruttori per avere un fisico da spiaggia” che tengono lezioni private di fitness ed assicurano – ovviamente solo dopo aver compiuto immani fatiche ed aver rispettato sofferte privazioni culinarie – un fisico da urlo (sulla piattaforma LinkedIn la loro presenza è aumentata addirittura di oltre il 3000%).
Ora, avrà un bell'insistere il caro Goethe nel suo Faust sul potere attrattivo del nuovo (Nur Neuigkeiten ziehn uns an – Piace soltanto quel che è nuovo) ed io potrò anche essere démodé, poco (o nulla) al passo con le nuove tendenze impiegatizie, ma, in questo caso, all'erba del vicino, preferisco la mia, anche se meno verde.
D'altronde mi aveva già messa in guardia John Steinbeck: “La professione di scrivere libri fa apparire le corse dei cavalli un'attività solida, stabile”.

lunedì 23 dicembre 2013

A CAVAL DONATO, (TALVOLTA) SI GUARDA IN BOCCA


Avete presente quella canzone degli “Elio e le storie tese”che fa:
«Posto che a Natale c'è uno scambio di regali
Che i regali vanno presi, impacchettati, poi li metti sotto l'albero
Posto che il problema principale è procurarsi dei regali
Non importa cosa prendi, l'importante è che li prendi
Provo a non ridurmi all'ultimissimo momento
Ventiquattro sera diciannove e ventinove negoziante, stai chiudendo
Mi accontento di qualunque puttanata
una maniglia colorata, un portaspilli, un portafogli, un portafigli, una cagata, qualcosa...»???
Be' anche se non conoscete “Baffo Natale”, di questo parla il post di oggi: di regali di Natale (e di che altro potevo disquisire a due giorni dal 25 dicembre?). Di regali programmati e studiati a tavolino un mese e mezzo prima e di quelli dell'ultimo momento.
E poiché oggigiorno spopolano vademecum che assicurano (!!!) la perfezione in ogni campo della vita umana (dal colloquio di lavoro – di cui abbiamo parlato la scorsa settimana – alla scelta del compagno di vita passando per mille altri decaloghi inutili), figurarsi se non ne facevano uno anche per aiutare a scegliere il presunto presente ideale.

Il presepe sarà pure coreografico, ma...
Ora, se è vero che dagli errori si dovrebbe trarre insegnamento, eccovi la mia personalissima top five – cioè l'elenco dei regali più orrendi che abbiano mai varcato la soglia della mia dimora in periodo natalizio – che potrebbe rivelarsi molto utile per evitare cinque clamorose topiche.
1.) È vero che sono un tipo freddoloso e che dorme con il piumone anche a Ferragosto ma regalarmi una liseuse all'uncinetto color rosa confetto (dall'effetto ammazzalibido assicurato) equivale a rischiare un'accusa per oltraggio al pudore.
Ergo: MAI comprare qualcosa “ad minchiam” senza pensare alla persona cui lo si sta regalando.
2.) Come descrivervi l'espressione del Rose quando ha scartato quei boxer rossi con vistose decorazioni allusive sul più bello di Roma e dotati anche di musichetta natalizia che partiva premendo un bottoncino posto sul fianco?
Forse nemmeno Lucia dos Santos quando nel 1917 ha visto a Fatima la Madonna ha sfoggiato un'espressione così incredula...
Morale: bandire push up, micro tanga o qualunque capo di biancheria che sfoci nel trash e, più in generale, cercare di astenersi dal regalare indumenti o oggetti troppo appariscenti e/o intimi soprattutto se non si ha molta confidenza con il destinatario.
3.) Secondo il papiro di spiegazione contenuto all'interno, si chiama “Le Penseur”, è opera di uno sconosciuto artista cileno prematuramente scomparso ed è (o dovrebbe essere) un inno alla creatività. In realtà questo marcantantonio di mezzo metro dal color grigio topo di fogna, ripiegato su se stesso come se fosse appena stato colpito da una colica renale, l'unica cosa che ti riesce a trasmettere, oltre a una tristezza infinita, è il seguente interrogativo: e adesso, dove lo nascondo?
Da ciò se ne deduce che: soprammobili di varie fogge e dimensioni, ninnoli prettamente natalizi tipo quelle palle con la neve che scende se li agiti, una ghirlanda – quintessenza del kitsch – che al passaggio di qualche malcapitato si illumina, le spuntano occhi e bocca e inizia a intonare “Jingle bells”, portatovaglioli a forma di corna di renna, tazze col faccione di Santa Claus dipinto sul fondo e via dicendo ricadono nella categoria degli “inutilia”, non sai dove metterli e se ti tocca lasciarli su qualche mobile diventano in tempo zero un ricettacolo di polvere (ma a Capodanno una delle tradizioni napoletane non consiste nel gettare fuori dalla finestra oggetti vecchi e/o mai utilizzati? Potrebbe essere un'idea...)
Quindi: cercare di astenersi dal regalare oggetti inutili.
4.) L'opera omnia di Emil Cioran... vi dico solo qualche titolo giusto per rendervi l'idea: “Squartamento”, “L'inconveniente di essere nati”, “Al culmine della disperazione”.
Ecco.
Non so come commentare in altro modo questo aberrante cadeaux...
In altre parole: se qualcuno vi sta sul culo ma dovete fargli un regalo per forza, non fateglielo capire in maniera così plateale.
5.) Un Natale di diversi anni fa, a casa di una zia del Rose abbiamo notato (e si poteva non farlo?) un raccapricciante alberello di Swarovski tutto sbaluginante e palle-dotato, piccolino di dimensioni ma dal peso specifico non indifferente, roba che se in una lite domestica ti sbagli a tirarlo dietro al coniuge, se lo centri lo accoppi.
E deve essere andata davvero così dal momento che due Natali dopo ci è stato recapitato, sbeccato in vari punti.
Che caduta di stile (e, ci credereste?, proprio dalla zia più sussiegosa di tutto il parentado)!!!
Da tenere a mente: NON riciclate, ma se proprio non potete farne a meno, fatelo con un po' di intelligenza!

... volete mettere con l'albero e i regali sottostanti? (Natale 1977)

Un ultimo consiglio: quando snapate a destra e a sinistra in cerca di un regalo, tenete sempre a mente l'aforisma del filosofo tedesco Theodor Adorno secondo cui «Nel migliore dei casi uno regala quello che gli piacerebbe per sé, ma di qualità lievemente inferiore» e regolatevi di conseguenza!
Buon Natale, amici Cassonettari!

giovedì 12 dicembre 2013

DAS CABINET DES DOKTOR CALIGARI OVVERO IL COLLOQUIO DI LAVORO PERFETTO NON ESISTE


Ma sì... avete presente “Il gabinetto del dottor Caligari”? Quel film muto del 1920 diretto da Robert Wiene e considerato il simbolo del cinema espressionista?


Forse non siete stati così arditi – e come darvi torto – da sciropparvene la visione, di certo però i cultori della saga del ragionier Ugo ricorderanno che ne “Il secondo tragico Fantozzi” il protagonista ottenne il posto di lavoro grazie ad un paraculo elogio di questa pellicola.
L'esilarante colloquio d'assunzione era andato pressappoco così:
Professor Guidobaldo Maria Riccardelli: Le piace il cinema espressionista tedesco?
Fantozzi: È il grande amore della mia vita e voglio in questa sede ricordare i grandi maestri Murnau e Robert Wiene, di cui tutti noi non possiamo fare a meno dell'irrinunciabile capolavoro Das Cabinet der Doktor Caligarissssss!
Prof.: […] E chi è David-Llewelyn-Wark Grft?
Fantozzi: Non...
Prof.: Grft!
Fantozzi: Non s... non sento.
Prof.: GRFT!
Fantozzi: Griffith! Griffith... è il padre del cinema americano. Io lo adoro, è come se fosse mio padre, sa, dottore?
Prof.: Bene, giovanotto. Lei è dei nostri!
A proposito di colloqui di lavoro, recentemente la Bbc ha stilato una sorta di elenco per garantire quello perfetto, affidandosi all’esperienza di una abile selezionatrice di una agenzia newyorkese, tale Lauren Ferrara, e sfornando sette consigli da tenere bene a mente.
Punto numero uno: arrivare in anticipo di almeno un quarto d'ora (che per una ritardataria cronica quale sono io, equivale già ad una partenza in salita).
Seconda regola: non improvvisare.
È fondamentale essersi studiati a tavolino l'interlocutore, l'azienda che rappresenta e il posto che si ambisce ricoprire. Solo così – assicurano – è possibile rispondere correttamente alle classiche domande tipo «Mi parli di Lei», «Quali sono i suoi obiettivi» e menate varie.
Terzo consiglio: sforzarsi di sorridere. D'altronde la prima impressione è quella che conta...
Quarto punto: tenere sotto controllo l'ansia, ricordando che tamburellare nervosamente sul tavolo per tutta la durata del colloquio potrebbe innervosire anche l'ipotetico datore di lavoro.
Quinto: non mentire (restrizione che ai tempi dei social è ben ostica).
Sesta regola: ringraziare, con una mail o una nota scritta.
Settimo e ultimo consiglio: scegliere l'abbigliamento giusto, con particolare attenzione per le scarpe. Al gentil sesso la Ferrara consiglia un paio di tacchi alti ma comodi, capaci di infondere molta fiducia.
Ora, non è per contraddire la Bbc ma io dei sette punti di cui sopra non ne ho rispettato nemmeno uno nel mio primo colloquio di lavoro, che a ben vedere più che un serioso abboccamento sembrava una gaia scenetta tratta dalla migliore commedia degli equivoci, eppure, non so grazie a quale santo in paradiso, sono riuscita a portare a casa uno dei più prestigiosi lavori che ho fatto sinora.
Io in quella autorevole fondazione culturale dovevo solo passare a lasciare il curriculum in segreteria. Dopo venti minuti di anticamera, visibilmente scazzata, ho dato un eloquente saggio del Nico Giraldi (nella foto immortalato in una delle sue pose più signorili) che alberga in me.


Il triviale sproloquio, sebbene a bassa voce, ha richiamato l'attenzione del compito presidente che si trovava a transitare di lì per caso.
Al suo confronto, Miranda Priestly de “Il diavolo veste Prada” era una donna di burro.




Pronti via, alla vista del mio abbinamento cromatico-lesivo (nonostante siano passati più di dieci anni, ancora ricordo che indossavo con l'encomiabile coraggio dei vent'anni un abito azzurro evidenziatore impreziosito da una sciarpa sul giallo limone dall'effetto catarifrangente assicurato), l'elegante Mega Direttore Galattico (per restare sempre in termini fantozziani), piacevole come la congiuntivite, ha risposto con un coreografico sollevamento di sopracciglia.
Non potevo partire peggio.
Dopo aver messo a dura prova la mia pazienza con un pistolotto interminabile sulla presunta inutilità della mia laurea in lettere con indirizzo filologico e dopo avermi ammorbata per un'ora sulla necessità di conoscere invece a menadito la politica monetarista di Einaudi (proprio in stile Guidobaldo Maria Riccardelli), l'esimio presidente – alto come un nano da giardino, riporto scarmigliato e un'inconfondibile fiatella di aglio che mi stava facendo diventare gli occhi azzurri – mi ha stretto la mano e mi ha indicato come guadagnare l'uscita.
In tutto questo, dopo una strenua quanto vana difesa del mio curriculum vitae, sono riuscita a distruggere la molla della mia penna a scatto a forza di giocarci nervosamente, non credo di aver inalberato nemmeno mezzo sorriso e nell'atto di alzarmi gli ho anche incidentalmente centrato il menisco con un calcio.
Per farla breve: esco da quell'ufficio come un reduce dalla campagna di Russia, mi trascino fino a casa e chiudo per tre giorni qualsiasi tipo di contatto col mondo esterno. Quando riapro la mia casella di posta elettronica, trovo un'ampollosa mail nella quale il Nostro decantava «l'ammirevole aplomb» – cito testuali parole – con cui avevo saputo tener testa alle sue provocazioni e mi proponeva di occuparmi dell'edizione di una serie di pubblicazioni esclusive.
Mezz'ora dopo stavamo già firmando il contratto.
Per dire che alle volte forare qualche gomma non equivale necessariamente a un fallimento.

P. S. = Per quanto riguarda il settimo punto del vademecum della Bbc, se volete essere sicuri di avere ai piedi delle scarpe fighe e comode – binomio non facile da trovare – vi consiglierei di buttare un occhio qui, http://www.barberabiella.com... tanto più che non dovete nemmeno abitare nei pressi di Biella!

venerdì 6 dicembre 2013

NEL MEZZO DEL CAMMIN DI NOSTRA VITA


Ieri sul Corriere della Sera ho letto un articolo nel quale si disquisiva su quello che per molti rappresenta uno spauracchio anagrafico non da poco.
Hai una collezione di cd ma non ne compri uno da anni?
I brani della band che ascoltavi quando andavi alle superiori ora passano sulle stazioni di rock classico?
Tutto quello che ti sembra accaduto un paio di anni fa in realtà risale ad almeno 10-15 anni addietro?
Sei sempre più preoccupato per la tua pensione?
Mtv, canale televisivo con il quale siete cresciuti tu e la tua generazione, adesso parla un linguaggio a te incomprensibile?
I film che al liceo consideravi imperdibili (Friends su di tutti) adesso sono trasmessi in seconda o addirittura in terza serata?
Ma soprattutto: hai sviluppato un'insana passione per il divano e passare una serata steso comodamente in poltrona è diventata un’abitudine a cui si rinuncia con difficoltà?
Se si è risposto affermativamente alle sette domande, secondo il giornalista, significa che si sta per varcare (o si è già varcato) la soglia degli “anta”.
 



Ora, tralasciando il fatto che non vivo l'approssimarsi di tale traguardo con angoscia – forse perché ho ancora un paio d'anni di buono – e credo che ogni età abbia i suoi pro e i suoi contro (ma in genere i primi non sappiamo apprezzarli perché troppo presi a lamentarci dei secondi salvo poi rimpiangerli entrambi ad anni di distanza), rilancio con i miei personalissimi cinque inequivocabili segni del passare del tempo:
hai una casa piena di scale e alla decima volta che affronti la rampa vieni colta dagli stessi sintomi avvertiti da Fantozzi all'attacco del colle del Diavolo durante la coppa Cobram: asfissia, occhi pallati, arresti cardiaci, lingue felpate, aurore boreali, miraggi;
se tiri le tre del mattino gozzovigliando sconsideratamente, il giorno successivo sei in coma vegetativo fino a pomeriggio inoltrato;
si inizia ad essere redarguiti di ripetitività (scena tipo: «Dobbiamo ricordarci di prendere il detersivo per la lavatrice, te l'ho già detto?», varcando la soglia del supermercato; risposta: «È solo la quinta volta, 'more!»);
la tua estetista ti suggerisce di iniziare precauzionalmente ad usare una crema antirughe, primo step di un inevitabile restauro conservativo;
al tuo parrucchiere capita sempre più spesso di farti osservare che con lo shatush si ringiovanisce di cinque, sei anni come niente.
“Quarant'anni è un'età terribile. Perché è l'età in cui diventiamo quello che siamo”, sosteneva Charles Péguy.
Pur condividendo la seconda parte dell'affermazione del poeta francese, dissento sulla scelta dell'aggettivo: la terribilità o meno dipende da come ognuno è in grado di giocarsi la partita!

mercoledì 13 novembre 2013

MA CHE BONTA'


Manca ancora più di un mese e già sento parlare di menù natalizio.
Mentre ascolto con grande ammirazione le amiche che già stendono meticolose liste composte da più varianti di antipasti, primi, secondi, contorni e dolci rispondendo con fare sussiegoso al mio sguardo interrogativo con un «Bisogna portarsi avanti col lavoro» che non ammette repliche (e che a ben vedere suona un po' come un rimprovero alla mia pigrizia), io non posso fare a meno di ripensare a quello che doveva essere il piatto forte di un veglione natalizio e che invece si è rivelata un'esperienza gastronomica ai limiti del pulp: una specie di arrosto ricoperto di cioccolato, cosparso di canditi caramellati.
Immangiabile.
Restando in tema di stranezze alimentari, come dimenticare il risotto con zucchine e banane (pregasi astenersi da commenti ironici sul suddetto binomio ortaggio + frutto...) consumato dal Rose, le patatine intinte nella Nutella che la mia amica Manu ed io ci scofanavamo nel periodo universitario a Milano davanti alla tv quando si era in piena sindrome premestruale o le escargot à la Bourguignonne, chiaramente mal lavate e trasudanti burro da far schizzare il colesterolo a vette impensate solo a guardarle, mangiate a Le Havre che mi hanno lasciato in bocca un fastidioso gusto di salsedine, come se mi fossi bevuta mezzo stretto della Manica?
E come passare sotto silenzio la degustazione di quella lingua con bagnetto verde, assaggiata giusto per accondiscendere – ruffiana! – un potenziale committente alle prese con discutibili prove eno-gastronomiche, a causa della quale, nonostante ripetute abluzioni del cavo oro-faringeo, sono andata avanti a puzzare di aglio per settimane? Mi sono sentita molto la Phoebe di “Friends” quando incontra per la prima volta i genitori del neo fidanzato Mike e per fare buona impressione cerca di ingurgitare con enorme disgusto piatti a base di carne nonostante sia vegetariana.

L'imbarazzo della scelta per i cultori del genere...

Ma c'è anche chi, sperimentando la cucina straniera, si imbatte in vere prelibatezze. Prendete mio cognato, ad esempio, che se ne va per qualche giorno a Bath, cittadina turistica del Somerset, nel verdeggiante sud-ovest dell'Inghilterra, famosa per le sue atmosfere ottocentesche e per le sue terme, entra per caso nel “Bath Sausage Shop” e gli si apre un mondo: una miriade di salsicciotti lunghi decine di centimetri, dal ripieno a base di maiale con l'aggiunta di pepe, noce moscata o uova per quelli definiti tradizionali, oppure mango, cocco, pancetta affumicata per quelli “speciali”. Se capitate da quelle parti, ricordatevi: «La migliore è la Champion Aldrige, cioè pork and egg!», assicura l'esperto.
In fatto di stranezze culinarie poi anche le star offrono esempi eclatanti. I Depeche Mode prima di esibirsi necessitano di 12 cosce di pollo e 10 panini al tonno (5 con il pane bianco e 5 con quello nero), il tutto disposto su un letto di lattuga mentre Christina Aguilera non sale sul palco se prima non beve Nesquik e Coca Cola, nella versione originale e non Light.
Angelina Jolie, invece, durante un viaggio in Cambogia con la prole, ha avuto la bella idea di comprare dei grilli, cibo tipico della zona, al piccolo Maddox che ne è diventato ghiottissimo.
 
Ghiotti di cioccolato?



Compleanno in vista?
Ora... dopo esservi scofanati simili prelibatezze non vi restano che due vie: ricorrere all'irrigazione del colon utilizzando un tubo per “pulire” l'intestino, come si dice faccia annualmente il bel Ben Affleck oppure, se abitate vicino ad Affi o siete di passaggio da quelle parti, rifarvi la bocca alla Cremerie dell'insuperabile Sabrina, gustando il suo delizioso gelato o l'invitante pralineria e le sue coreografiche (e buonissime) torte di semifreddo lavorate all'americana con la pasta di zucchero...

Vi serve una wedding cake?

La risposta, la trovate in via Pascoli 21, ad Affi!


P.S. = Special thanks to Davide “Carogna” La Piana per l'approfondimento culinario sulle salsicce di Bath!

lunedì 14 ottobre 2013

O TEMPORA, O MORES!


«Che tempi... Che costumi!» esclamava sconsolato Cicerone deplorando il dilagare di mode che con le auree virtù antiche non avevano più nulla a che spartire. Viene da chiedersi con chissà quali interiezioni il celebre oratore romano bollerebbe le stravaganze del XXI secolo...
Forse a forza di vivere in simbiosi con le mie pulciose pergamene mi si è incartapecorito lo spirito ed inizio ad accusare i primi sintomi di cainotofobia, cioè la fobia del nuovo, considerata dagli esperti il vero spauracchio dei trenta / quarantenni di oggi, sempre più timorosi di non riuscire a stare al passo con le innovazioni sfornate a tutto andare dalla società di oggi. E va bene che in epoca di crisi bisogna avere spirito di iniziativa e sapersi inventare competenze e professioni che soddisfino le esigenze di questo millennio, ma alcune trovate non si possono sentire.
Un esempio?
Per ridurre il tasso di disoccupazione e contemporaneamente aumentare l'affluenza di donatori alle banche del seme, in Cina hanno pensato di agevolare la triste pratica degli onanisti dotando le cliniche per l'inseminazione assistita di donne che, armate di guanti, camice, cuffietta (e ampollina in cui raccogliere lo sperma nella mano libera), si occupano della masturbazione maschile per uno stipendio mensile che si aggira sui 1200 Euro.
Requisiti richiesti? Poca verecondia, un discreto pelo sullo stomaco e, ça va sans dire, un'ottima manualità.
Sono lontani i tempi in cui l'infermierina tipo era impersonificata dalla lentigginosa e sfigata Candy della casa di Pony!


Ma c'è poco da gridare allo scandalo. Se si pensa infatti che – è notizia di questi giorni – il regista Lars von Trier, come terza ed ultima parte della sua “trilogia della depressione” (dopo “Antichrist” e “Melancholia”), ha provocatoriamente annunciato l'uscita del suo nuovo e controverso film “Nymphomaniac” (la storia del viaggio erotico di una donna, dalla sua nascita fino all'età di cinquant'anni) il 25 di dicembre (uscita anticipata in questi giorni da esemplificative locandine nelle quali le star protagoniste della pellicola – da Uma Thurman a Willem Dafoe passando per Charlotte Gainsboug – simulano il culmine dell'eccitazione sessuale), è proprio vero che non c'è più religione!
Il drammaturgo britannico Douglas Jerrolds sosteneva che «anche i mestieri più brutti hanno i loro lati piacevoli: per esempio, se fossi un becchino o persino un boia, ci sono alcune persone per le quali lavorerei con vero entusiasmo» (Wit and Opinions of D.J.).
Non possono dargli torto, dalla loro ottica, le innovative donzelle del Sol Levante che, loro malgrado, esemplificano magistralmente la massima del saggio poeta Manilio: «Labor est etiam ipsa voluptas».
Eh già: anche il piacere può essere una fatica!

martedì 1 ottobre 2013

DATEMI UN MARTELLO


Io la penso così: se ho un tubo in casa che mi perde – per fare un esempio – prendo il telefono e chiamo un idraulico. Mi fido della sua competenza, lo lascio lavorare, lui mi aggiusta il danno, io lo pago e tanti saluti.
Questo nel migliore dei mondi possibili, per dirla alla Leibniz.
Ma non funziona sempre così.
Nel mio ambiente lavorativo, ad esempio, capita sempre più spesso che il primo committente di turno – che di professione NON fa il filologo né l'archivista né il ricercatore – si senta autorizzato a smettere i panni del committente (parola che, giusto per la cronaca, deriva dal latino “committere”, cioè “affidare” e quindi indica “colui che incarica qualcuno di eseguire una data prestazione”) per improvvisarsi dotto uomo di cultura, prendersi la libertà di “sfrucugliare” tra le mie carte e inserire “ad minchiam” sue chiose – del tutto fuori luogo e per giunta in un italiano imbarazzante – giusto per farmi perdere tempo, energia e pazienza a tre mesi dalla consegna di un tomazzo di 500 pagine.
Ora: già io mi benzino facilmente di mio, se poi vengo fastidiosamente punzecchiata, trascendo. E hai voglia contare fino a 100, andare di tilia tomentosa endovena o implorare la Madonna d'Oropa che mi metta una mano sulla testa, o meglio sulla bocca!
Io non sarò Leonardo da Vinci né Michelangelo, ma pure te sei ben lontano dall'essere un Ludovico il Moro o un papa Giulio II. Per dire!
Io mi permetto di andare dal signor idraulico di cui sopra a insegnargli come riparare il tubo? No. E allora perché tu, caro committente che mi affidi gli incarichi (e per inciso, ti dimentichi sempre di pagarmi nelle scadenze prefissate) non fai altrettanto? Altrimenti fattele tu le ricerche e scrivitelo da solo il libro così ci facciamo tutti due risate a leggerlo!
Ma l'ira funesta non colpisce solo me... ho scoperto di essere in buona compagnia.
Due episodi letti questa mattina sul Corriere mi hanno portato a pensare infatti che la famiglia è bella numerosa.
Il primo riguarda José Mourinho che alla domanda di un giornalista circa il motivo dell'esclusione di Kevin De Bruyne, irritatissimo si alza e se ne va non prima di aver fatto presente agli astanti che a lui spetta decidere chi convocare e chi no e continuare a chiedergli conto degli assenti da parte della stampa sportiva è un'abitudine senza senso.

The Special One in uno scatto di disappunto

Il secondo riguarda Marina Shifrin, che ha deciso di lasciare il suo alienante posto di lavoro con una danza-denuncia che sta facendo il giro del web: stanca di trascorrere notti insonne davanti a un pc monitorando il traffico su Internet e di non avere più una vita sociale decorosa per un capo taiwanese che predilige la quantità alla qualità, la ragazza americana balla sulle note di “Gone” di Kanye West tra le scrivanie vuote del suo ufficio alle 4.30 di mattino inaugurando una nuova modalità di licenziamento. Pare che il suo datore di lavoro non l'abbia presa benissimo e che sia passato al contrattacco definendola una scontrosa.
A questo proposito, a spezzare una lancia a favore delle persone dotate di un carattere non proprio malleabile ci ha pensato uno studio dello scorso aprile condotto dalla prestigiosa università americana di Harvard – a fronte di un'accurata indagine condotta sulle scimmie bonobo, considerate quelle più vicine all’uomo per comportamento e struttura sociale – secondo cui chi è un po' “Brontolo” inside è più intelligente, sveglio e portato alla leadership dei colleghi tolleranti, positivi e sempre sorridenti poiché dotato di un cervello con capacità più evolute.
E se anche la scienza ci legittima ad essere un cicinìn insopportabili, prevedo tempi duri in arrivo per chi mi trifolerà ancora la pazienza!

... D'altronde se al mio compleanno di cinque anni fa qualcuno mi ha regalato questa maglietta
un motivo dovrà pur esserci!

Se non bastassero poi le argomentazioni di cui sopra, come non citare un memorabile aneddoto legato a un politico dell'Ottocento, tale Alfredo Frassati, del quale qualche anno fa mi è stata commissionata una biografia, e che offre un'altra interessante lettura del problema?
Di lui, all'indomani della morte, un collega aveva detto: «In un Paese come il nostro in cui scarseggiano gli uomini di polso, lui aveva un carattere e per questo si diceva che fosse pessimo».
Ecco!